La nostalgia della sera e il ritorno della legge

Tra rimpianti e realtà, una società che chiede ordine riscopre il valore delle regole (e si divide persino su quello)

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C’era un tempo,  e non è solo una cartolina ingiallita della memoria, in cui la sera si usciva senza calcolare il rischio come un broker di Wall Street. Si lavorava, si rideva, si sostava davanti a un bar o sotto casa fino a tardi, con la leggerezza di chi sa che il mondo, almeno nel proprio quartiere, non ha intenzione di morderlo.

Le donne uscivano meno, è vero, ma quando lo facevano non dovevano trasformare ogni passo in una strategia di sopravvivenza. E se mai qualcuno oltrepassava il confine, perché gli imbecilli non sono un’invenzione moderna,  lo Stato si ricordava di esistere: legge severa, giudici applicati, e il malintenzionato il giorno dopo non faceva il bis, ma il detenuto.

Poi, lentamente, qualcosa si è inceppato. Non un crollo improvviso, ma un logoramento. Un misto di globalizzazione gestita con l’ottimismo dei sonnambuli, flussi migratori affrontati più con slogan che con governo, e una generale indulgenza verso l’inciviltà elevata a fenomeno folkloristico. Il risultato? Il quieto vivere è diventato una nostalgia, e la piazza un terreno da attraversare con prudenza.

Ora, sia chiaro: il problema non ha passaporto. L’animalesco,  perché di questo si tratta quando si scambia la libertà per licenza,  è democratico nella sua diffusione. Autoctoni e forestieri contribuiscono con eguale zelo al degrado, quando le regole si allentano e il senso del limite evapora. E quando il limite evapora, arriva il caos. Non è ideologia: è fisica sociale.

Da qui la necessità, poco poetica ma assai concreta, di misure correttive. Non per nostalgia dell’autoritarismo, ma per difesa della convivenza. Il recente Decreto Sicurezza si inserisce in questo solco: un tentativo, perfettibile quanto si vuole, di rimettere qualche paletto in un campo che qualcuno ha scambiato per terra di nessuno.

Contrasto alla violenza giovanile, maggiore tutela per le forze dell’ordine, strumenti più incisivi contro criminalità diffusa e degrado urbano: provvedimenti che, sulla carta, rispondono a una domanda reale. Quella di cittadini che non chiedono privilegi, ma semplicemente di vivere senza dover fare gli equilibristi tra paura e rassegnazione.

Eppure, come da copione, il Parlamento si è trasformato nel teatro dell’eterna opposizione: proteste, barricate verbali, indignazioni selettive. Non tanto sul merito,  che richiederebbe fatica,  quanto per riflesso condizionato. Viene quasi da pensare che qualcuno abbia preso troppo sul serio l’aforisma di Nicolás Gómez Dávila: non importa vincere, basta che non vinca l’altro.

Nel frattempo, fuori dall’aula, la realtà continua a chiedere risposte. Non perfette, ma concrete. Perché una società può sopportare molte cose, ma non l’idea che il diritto sia un’opinione e la sicurezza un lusso.

E allora sì, forse noi di una certa età siamo nostalgici. Ma non di un passato mitizzato: di una normalità che oggi appare rivoluzionaria. Quella in cui la sera si usciva senza paura e si rientrava senza raccontarla come un’impresa.

Il resto è politica, con le sue eterne schermaglie. E come sempre accade, mentre i partiti discutono sul colore delle tende, fuori qualcuno ha già portato via i mobili.

Conclusione:
La legalità, in fondo, è una cosa semplice: funziona quando non se ne parla troppo. Quando invece diventa argomento quotidiano, significa che qualcuno, da qualche parte,  ha smesso di praticarla. E gli altri, purtroppo, di pretenderla.

Giuseppe Arnò

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Foto originale Governo.it

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