Quando muore un fisico e il mondo resta rumoroso

 

Zichichi, l’antimateria e le solite pietre italiane

Viviamo tra cose destinate a morire, intra peritura vivimus, ricordava Seneca con l’eleganza dei classici che non avevano ancora conosciuto i talk show. Ma quando muore un uomo, aggiungeva John Donne, non si strappa una pagina dal libro: la si traduce in una lingua migliore. Oggi quella lingua, per chi sa ascoltarla, parla di fisica, di dubbi, di fede e di un certo orgoglio italiano che raramente sappiamo maneggiare con sobrietà.

La fisica italiana saluta Antonino Zichichi, scomparso a 96 anni. Piange il genio e piange l’eredità: dalla fisica nucleare alla divulgazione scientifica, dal CERN all’INFN, dalla scoperta dell’antideutone a mezzo secolo di dibattito pubblico. Scienziato discusso, perché in Italia il talento che non si discute non è talento, ma indiscutibilmente eccellenza. Uno di quelli che, anche quando non convincevano, costringevano a pensare. E non è poco.

Il Nobel lo ha solo sfiorato. Lui, con la schiettezza di chi non ha tempo per la falsa modestia, anni dopo disse: «Avrebbero dovuto darmelo già tre volte». Forse aveva ragione, forse no. Ma il Nobel, si sa, è una creatura sensibile agli equilibri geopolitici, alle mode scientifiche e alle correnti di corridoio. Zichichi resta comunque tra i massimi fisici del suo tempo, stimato e riconosciuto ben oltre i nostri confini, che sono sempre stati più stretti nella testa che sulle mappe.

In patria, invece, gli toccò anche l’onore effimero della politica. Rosario Crocetta, allora presidente della Regione Siciliana, lo volle assessore ai Beni culturali e poi lo liquidò con una battuta memorabile: «Non se ne poteva più, bisognava lavorare e invece parlava di raggi cosmici». Come dire: colpa grave, in Sicilia, parlare di stelle quando ti chiedono di contare le pietre. Forse, suggerì Crocetta, sarebbe stato meglio usarlo come esperto. In Italia i geni funzionano sempre meglio come consulenti postumi.

Zichichi non separava fede e scienza con il filo spinato ideologico. Sosteneva che nessuna scoperta scientifica potesse negare l’esistenza di Dio e criticava tanto il darwinismo dogmatico quanto il creazionismo militante. Ragione e fede, ricordando un assioma, sono le due sponde dello stesso fiume. Gandhi gli avrebbe fatto compagnia: ci sono territori dove la ragione si ferma e la fede non contraddice, ma trascende. Ora che cavalca davvero le forze dell’universo, possiamo augurargli un approdo sereno. Se c’è un ordine cosmico, uno come lui avrà già chiesto spiegazioni.

Per il resto, come spesso accade quando muore un uomo grande, il Paese torna subito alle sue abitudini rumorose. E allora la giriamo a musica, perché altro non si può fare in questo nostro Stato affettuosamente squinternato. Antoine cantava: Tu sei bello e ti tirano le pietre. Parafrasando: sei di destra, e non puoi lavorare. Andrea Pucci, Paolo Petrecca, Beatrice Venezi hanno in comune una colpa imperdonabile: non essere dichiaratamente di sinistra. Per alcuni sedicenti esperti, basta questo per decretare l’incompetenza professionale. La censura resta una brutta cosa, a destra come a sinistra. Clare Boothe Luce lo disse meglio di chiunque altro: la censura, come la carità, dovrebbe iniziare a casa, ma a differenza della carità, dovrebbe fermarsi lì.

Nel frattempo, i sondaggi ci consolano come sempre. Il Sì al referendum sulla giustizia 2026 risale al 52,5%, il No si ferma al 47,5%. Numeri che oscillano con la stessa leggerezza con cui oscillano le convinzioni. E intanto lo sport ci regala qualche scheggia di allegria: Olimpiadi in crescendo per l’Italia, almeno lì il cronometro è più sincero dei commentatori.

Zichichi non c’è più. Il rumore resta. Ma ogni tanto, nel frastuono, qualcuno ascolterà ancora una voce che parlava di antimateria mentre noi discutevamo di fazioni. E forse capirà che il vero scandalo, in questo Paese, non è chi guarda troppo in alto, ma chi non alza mai lo sguardo.

Giuseppe Arnò

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