Freddo in pace e in guerra

Trump, il gelo americano, le guerre calde e l’orgoglio di un’Italia che non accetta lezioni

 

Neve a New York. Freddo artico. L’America scopre improvvisamente che l’inverno esiste davvero. Mezzo milione senza luce, aeroporti paralizzati, voli cancellati a migliaia. Gli Stati Uniti in tilt per il gelo: l’evento viene raccontato con toni drammatici, quasi epici, come se fosse una novità assoluta della civiltà occidentale.

Forse, adesso, qualcuno dall’altra parte dell’Atlantico capirà cosa significa restare al freddo e senza elettricità. Gli ucraini, però, quell’inferno lo conoscono da mesi. E non per colpa della neve, ma per l’allentamento degli aiuti militari deciso da Washington. La geopolitica, si sa, non conosce riconoscenza: la fedeltà è un optional, l’amicizia una clausola rescindibile, i valori un accessorio che si indossa solo nelle occasioni ufficiali.

La politica internazionale oggi è fluida, ibrida, cinica. Cambia rotta secondo convenienza. E i popoli, amici o alleati che siano, pagano il conto di errori e ambizioni non loro. In questo quadro confuso, i colloqui a tre sulla pace in Ucraina, tenuti ad Abu Dhabi, sembrano offrirci un filo di speranza. Sottile, fragile, ma pur sempre un filo. Del resto, come ricordava Eraclito, senza speranza non si trova l’insperato.

Intanto Donald Trump avanza. Imperterrito. Terminator a giorni alterni, profeta di pace quando conviene, mercante quando serve. Ha messo in pausa la Groenlandia, per ora, ma continua la sua personale campagna acquisti geopolitica. Predica il Vangelo della pace in terra, salvo poi ricordarci che il business viene prima. Se però lungo il percorso capita anche uno schizzo di pace, non ci sputa sopra. Anzi. Si vocifera perfino di una candidatura al Nobel. Nulla stupisce più, in un mondo dove tutto è ormai spettacolo.

Trump sembra aver riscoperto Samuel Johnson: “Le grandi imprese non si compiono con la forza, ma con la perseveranza”. Bene. Allora speriamo perseveri dove davvero serve. In Iran, per esempio. Là dove gli ayatollah hanno lasciato sul terreno trentamila morti in due giorni. Là dove, tra l’8 e il 9 gennaio, i sacchi neri per i cadaveri sono finiti. Là dove si incita alla rivolta promettendo un arrivo imminente, salvo poi dimenticare che le parole, quando pesano, uccidono quasi quanto le armi.

Una nota positiva, però, arriva da casa nostra. Il governo italiano ha risposto per le rime, e con i numeri, alle uscite scomposte del tycoon sui nostri soldati e su quelli europei in Afghanistan. Questa volta Trump ha sbagliato indirizzo. Giorgia Meloni è stata secca, quasi scolastica: “Tra Paesi alleati ci vuole rispetto”. Fine della discussione.

Trump è fatto così: prendere o lasciare. Parafrasando il Vangelo, verrebbe da dire: Padre, perdonalo, perché non sa quello che dice. Ma a volte, più che il perdono, servirebbe un buon ripasso di storia recente.

Sul fronte interno, invece, poco di nuovo sotto il sole, o sotto la pioggia, visto il ritorno in grande stile di neve e maltempo. Gli italiani continuano a essere vessati dalle multe: 8,5 miliardi in cinque anni. Milano capofila. Una rapina legalizzata che nessun governo riesce o vuole fermare. Intanto aleggia il solito “Sì” referendario, buono per ogni stagione e ogni campo, come un cappotto vecchio ma sempre tirato fuori dall’armadio.

Conclusione
Speriamo, per concludere, in un Trump migliore. Non perfetto, la perfezione non esiste, ma almeno consapevole del peso delle sue parole e delle sue scelte. Il mondo è già abbastanza instabile per essere guidato a colpi di slogan. Crescere si può sempre. Anche da Terminator. Purché, ogni tanto, spenga le armi e accenda il cervello.

Giuseppe Arnò

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