Un milione e mezzo di parole

Quando l’Europa spende per rieducare il linguaggio e risparmia sulla realtà

 

La speranza, dicevano i filosofi, è uno stato d’animo. Oggi sembra piuttosto una voce di bilancio ridimensionata per mancanza di fondi. Pertini invitava a lottare anche senza speranza; Goethe la definiva la seconda anima dell’infelice. L’Europa, più pragmaticamente, ha scelto di investire altrove.

L’adesione all’Unione Europea è regolata da 35 capitoli negoziali, organizzati in sei grandi cluster tematici: Stato di diritto, democrazia ed economia; mercato interno; competitività e crescita; agenda verde e connettività sostenibile; risorse, agricoltura e coesione; relazioni esterne. È l’ossatura dell’Europa reale, quella che dovrebbe garantire stabilità, prosperità e sicurezza.
In nessuno di questi capitoli compare un obbligo sulla terminologia linguistica da adottare.

Eppure l’Unione ha ritenuto necessario finanziare, con 1,5 milioni di euro, il Gender Equality Facility, progetto UE–ONU corredato da linee guida sull’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività. Una cifra modesta solo in apparenza, ma enorme sul piano simbolico: mentre si predica rigore, si spende per rieducare il dizionario.

Sia chiaro, senza allusioni e senza offesa per nessuno: non è una crociata contro persone, identità o sensibilità, ma una riflessione sul metodo. E soprattutto sulle priorità.

I cittadini europei guardano con preoccupazione al futuro allargamento dell’Unione per motivi molto concreti: immigrazione incontrollata, corruzione e criminalità, costo finanziario per i contribuenti. La Commissione promette dialogo e rassicurazioni, garantendo che l’allargamento porterà pace e prosperità. Ma sul milione e mezzo speso per l’indottrinamento della nuova nomenclatura,  che rientra a pieno titolo nei costi a carico dei cittadini, cala un silenzio piuttosto eloquente.

In Italia si discute animatamente se i fondi vadano destinati alla difesa o alla sanità, ai servizi sociali o alla sicurezza. A Bruxelles, invece, nessuno sembra chiedersi perché quelle risorse non siano state impiegate per esigenze urgenti e tangibili. Il problema non è quanto si spende, ma per cosa.

Così Montenegro, Serbia e Kosovo, aspiranti membri dell’Unione, scoprono che prima delle riforme strutturali servirà una purificazione linguistica. Non ancora dentro, ma già corretti. Un battesimo ideologico che lascia più di un dubbio.

Intanto il mondo reale continua a bruciare: Ucraina, Medio Oriente, Iran, Venezuela. Persino la Groenlandia entra improvvisamente nei radar geopolitici. L’Europa osserva, prende nota… e si concentra sulle parole giuste da usare.

Quando la realtà bussa con violenza, rispondere con una circolare sul linguaggio non è inclusione.
È distrazione.

I manicomi non esistono più da tempo.
Ma a giudicare da certi bilanci, viene il sospetto che abbiano aperto una succursale.

Giuseppe Arnò

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