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Da Putin a Netanyahu, da Erdoğan alla Corte Penale Internazionale: il pianeta si è trasformato in una farsa giuridica globale, dove a mancare non è la giustizia, ma il senso del ridicolo.
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Se tu arresti me, io arresto te.
Non è una barzelletta di Totò e Fabrizi, ma la nuova frontiera della diplomazia internazionale. Altro che conferenze di pace: oggi si risolvono le crisi con un bel mandato di cattura, possibilmente corredato di dichiarazioni indignate e conferenze stampa. Il mondo sembra essersi iscritto al grande Luna Park planetario, dove la giostra preferita è quella delle manette.
La Corte Penale Internazionale, con la sua aria di serietà elvetica, ha inaugurato la stagione emettendo un mandato per Vladimir Putin, accusato di deportazione. Ankara non poteva restare indietro: il Sultano Erdoğan, non pago di turbare i sonni della NATO, si è messo in testa di far arrestare Netanyahu per “genocidio”. Israele, con l’ironia di chi non ha tempo da perdere, ha bollato la mossa come «una trovata pubblicitaria del Sultano». Nel pacchetto, giusto per completezza, Ankara ha inserito anche il ministro della Difesa e quello della Sicurezza nazionale israeliani: un “prendili tutti” degno del Monopoli.
Manca solo che Israele risponda con un mandato d’arresto per Erdoğan e magari per i giudici dell’Aia. A quel punto, la scena sarebbe perfetta: la Corte che arresta il Sultano, il Sultano che arresta Israele, Israele che arresta la Corte. Fine del mondo a tarallucci e manette.
Certo, in alcuni Paesi più “efficienti” la trafila è superflua: non si sprecano in moduli o timbri. Prima si arresta e poi, eventualmente, si inventa il motivo. È il pragmatismo dell’autoritarismo. E in casa nostra, pur tra faldoni e codici, ogni tanto capita che si arresti per sbaglio. Ma niente paura: a pagare l’errore non è mai chi giudica, bensì il contribuente, che finanzia le scuse con le sue tasse.
Montesquieu ammoniva che la libertà è il bene più prezioso, quello che ti fa godere di ogni altro bene. Ma oggi la trattiamo come un giocattolo, scambiandola per una pistola d’acqua con cui spruzzare indignazione. Arresti a raffica, accuse a piacere, e una scena mondiale dove ciascuno recita a turno la parte del giustiziere universale.
Intanto, la diplomazia cede il posto alla propaganda, e la giustizia diventa teatro. Erdoğan rispolvera i toni del capo del fronte islamico, Tel Aviv si indigna, Mosca si fa beffe, e l’Aia si prende sul serio: tutti attori di una commedia planetaria che non diverte più nessuno.
Inflazione di mandati, recessione di buon senso.
E come avrebbe detto Montanelli, ridendo amaro: «Finirà che a furia di arrestarsi l’un l’altro, resterà libero solo il portiere del carcere. E anche lui, per poco».
Di Redazione



















