Tra un “sì, ma” e l’altro, l’Italia dei talk-show trova sempre il modo di trasformare perfino la fine di una guerra in un’occasione di sospetto, sarcasmo e autocelebrazione.

Non so voi, ma io ho l’impressione che la notizia della pace tra Israele e Hamas sia stata accolta in Italia con lo stesso entusiasmo con cui si riceve una bolletta arretrata.
Appena annunciato l’accordo, le voci dei commentatori televisivi si sono levate come un coro di “Sì, ma…”.“Sì, ma gli oppositori interni di Netanyahu che faranno?”
“Sì, ma Hamas, che fine farà nel nuovo assetto statuale?”
“Sì, ma non è un accordo politico vero: dietro ci sono gli interessi e gli affari di Trump!”
“Sì, ma gli USA e Israele non riconoscono il Tribunale dell’Aja: e allora come si risolve la condanna per genocidio?”
“Sì, ma gli israeliani continuano a bombardare!”
“Sì, ma Barguti sarà liberato o no?”
Un rosario di “Sì, ma” che neppure una messa funebre riesce a recitare con tanta costanza.
Intanto, israeliani e palestinesi piangono di gioia, si abbracciano nelle strade, accendono candele e speranze. Ma nelle redazioni, l’emozione non è di casa: si preferisce la prudenza cinica, il sospetto intellettuale, la domanda velenosa che tiene viva l’audience.
Perché, si sa, nell’informazione in tempo reale la pace non fa notizia.
Ciò che “vende” è il dubbio, il complotto, la retroscena inesistente e la battuta su Trump che, orrore!, potrebbe persino sognare un Premio Nobel per la Pace.
E allora eccoli, i cronisti di strada e i commentatori da salotto, intenti a smontare la speranza come fosse un giocattolo difettoso. Nessuno che si conceda un minuto di umano stupore. Nessuno che dica: “Forse, stavolta, è davvero finita.”
Che fare, dunque?
Forse l’unica forma di rispetto rimasta è il silenzio.
Spegnere le televisioni, lasciare che la pace, quella vera, si compia da sé, lontano dal rumore di fondo di chi non sa più raccontare la gioia.
Ninni Speranza



















