Il verdetto è arrivato, e più che un’esplosione di democrazia diretta, sembra un silenzioso sbadiglio collettivo: solo il 30,6% degli italiani ha deciso di mettere la crocetta ai referendum 2025. Un dato eloquente che boccia, ancora una volta, non tanto i quesiti in sé, ma l’intero spettacolo della consultazione.
Cinque quesiti, cinque sonore assenze. Eppure, i temi c’erano: lavoro, sicurezza, cittadinanza. Ma senza un quorum, e soprattutto senza una vera connessione tra chi propone e chi dovrebbe votare, l’effetto è quello di un megafono puntato verso il deserto.
I referendum sono stati trasformati da strumenti di partecipazione a palcoscenici di propaganda. Troppo spesso diventano pretesti per lanciare messaggi politici contro il governo di turno, senza riuscire a parlare davvero alla pancia — e alla testa — degli elettori. Un quesito partigiano è come il raffreddore in classe: contagia anche quelli interessanti, li indebolisce tutti.
Non bastano le manifestazioni in piazza, cartelli e bandiere, né i post indignati su Facebook. Perché un referendum funzioni, serve ben altro: una motivazione chiara, un proponente credibile, e un momento storico in cui la gente senta che il proprio voto può fare la differenza.
Invece, l’impressione è che l’elettore medio si senta usato, stanco e disilluso. Votare per cosa, esattamente? Per dare un messaggio a chi non ascolta? Per sostenere battaglie mal spiegate e mal poste? Per mettersi in fila sotto il sole di giugno a rispondere a domande che suonano più come quiz di logica politica che scelte civiche?
Il risultato, prevedibilmente, è questo: nessun quorum, nessun cambiamento. Il governo si rafforza (o così dice), l’opposizione si lecca le ferite, e i cittadini — quelli che ci sono andati e quelli che non ci sono andati — si ritrovano allo stesso punto: con una democrazia a intermittenza, dove la partecipazione diretta resta sulla carta e l’urna, più che uno strumento, sembra una trappola.
Morale? Se si vogliono vincere i referendum, si lascino perdere gli slogan. Serve una vera ragione. E magari, un pizzico di rispetto in più per l’intelligenza (e la pazienza) degli elettori.
di Redazione



















