Chi fugge dalla guerra e dalla fame è il benvenuto. Chi fugge dalla fatica, un po’ meno
Non siamo contrari all’immigrazione. Ci mancherebbe. Basta che sia quella prevista dalla legge: con permesso in tasca, magari per lavorare, o per motivi umanitari seri (non per il “turismo disperato” via barchino con Wi-Fi incorporato). Non è una questione di cuore, ma di buon senso.
Il nostro Paese non è il Paese dei balocchi, e il “reddito di cittadinanza” (pace all’anima sua) non è mai stato pensato per trasformare l’Italia in una gigantesca casa di accoglienza con catering. Se da una parte c’è chi arriva con il desiderio genuino di lavorare, integrarsi e contribuire (vedi il caso Bova: applausi), dall’altra non possiamo far finta di nulla davanti a un’immigrazione fuori controllo, spesso gestita dalla criminalità e col rischio di creare, tra vent’anni, un’Italia dove gli italiani siano la minoranza etnica con la peggior natalità d’Europa.
Non serve un genio della geopolitica per capire che un’invasione senza regole e senza numeri sostenibili può solo portare a squilibri sociali, economici e culturali. E poi, un piccolo dettaglio: chi entra in casa d’altri, per educazione, si adegua. Non si pretende che ci si inginocchi al tricolore, ma almeno si impari la lingua, si rispettino le leggi, e magari si lasci il machete e la poligamia alla frontiera.
Siamo per un’accoglienza regolata, calibrata sulle reali esigenze del mercato del lavoro e delle nostre capacità di integrazione. Non possiamo “importare” figli da altri paesi perché noi non li facciamo più: lo Stato dovrebbe incentivare la natalità, non appaltarla all’estero.
E che nessuno tiri fuori il solito discorso “razzista”. Perché il razzismo vero è quello verso la verità, quello che censura chiunque osi dire che “non tutto ciò che arriva dal mare è automaticamente oro colato”.
Accoglienza sì, quindi. Ma intelligente, rispettosa e – soprattutto – regolare. Per il resto, buona fortuna a chi pensa che l’Italia sia un enorme villaggio vacanze con vista su Lampedusa.
di Redazione
Credito foto: RAI it.
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