Sovranità o capriccio? L’Europa alla prova dell’articolo 7
C’è un problema chiamato Viktor Orbán. O, più precisamente, c’è un problema chiamato veto. Perché se l’Unione deve decidere su sanzioni a Mosca e sostegno a Kyiv e basta un solo Stato a dire “no”, magari per la ventesima volta, allora non siamo un’Unione: siamo un condominio litigioso dove l’ascensore resta fermo perché uno non vuole pagare la luce.
A Bruxelles i diplomatici si dicono “sconvolti e frustrati”. Traduzione: hanno finito il vocabolario della pazienza. Il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia è rimasto impigliato nel filo spinato dell’unanimità. E mentre si discute di prestiti all’Ucraina e di cooperazione industriale con gli Stati Uniti, la politica estera europea procede a strattoni, come un’auto con il freno a mano tirato.
Da tempo si parla di abolire il diritto di veto. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza. Se si vuole un’Europa che agisca e non solo interloquisca, che decida e non solo rinvii, occorre passare dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Altrimenti ogni crisi diventa un referendum permanente sull’umore di turno.
E se proprio non bastasse il buon senso, esiste il bisturi giuridico: l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Non è una bomba atomica, ma un richiamo severo: prima la constatazione di un rischio grave per i valori comuni, poi, nei casi estremi, la sospensione di alcuni diritti, incluso il voto in Consiglio. Lo Stato resta vincolato agli obblighi, ma perde il megafono. In altre parole: partecipi alla squadra, ma non puoi sempre fischiare contro.
Si dirà: misura drastica. Certo. Ma più drastico è restare paralizzati mentre la guerra ridisegna confini e alleanze. L’Europa non può essere ostaggio dell’ostruzionismo abituale, né trasformare la solidarietà in un optional. La sovranità nazionale è un valore; il sabotaggio sistematico, no.
Qualcuno, con spirito cinematografico, ha evocato la battuta di Spirit – Stallion of the Cimarron: “Ti domerò con le buone o con le cattive”. Ecco, l’Unione non deve domare nessuno, ma ricordare che i trattati non sono un menù à la carte. O si condividono regole e responsabilità, oppure si resta soli, liberi, sì, ma fuori dal tavolo dove si decide.
Abolire il veto non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore dell’Europa adulta. Perché l’Unione non può continuare a parlare al mondo con ventisette voci e un silenziatore.
E se proprio qualcuno insiste a confondere la solidarietà con il ricatto, forse è tempo di ricordargli che l’Europa è una comunità di destino. Non un taxi: non si può scendere ogni volta che la corsa non piace.
Giuseppe Arnò