Signori, si cambia: adattiamo il codice a nostro uso e consumo.
Così parrebbe.
Quando il linguaggio pubblico arriva a giustificare l’ingiustificabile, il rischio non è soltanto giuridico: è culturale. E se la politica smarrisce il senso del limite, anche il cittadino finisce per considerare il pressapochismo una virtù anziché un vizio.
Le esimenti, nel linguaggio giuridico, sono le cause o le circostanze che eliminano il carattere di reato da un fatto che, altrimenti, sarebbe tale: la legittima difesa, lo stato di necessità, l’adempimento del dovere e altre ipotesi previste dalla legge. Non sono invenzioni estemporanee, ma istituti rigorosi, costruiti nel tempo dalla dottrina e dalla giurisprudenza.
Eppure, un recente caso di cronaca sembra aver introdotto una categoria del tutto nuova, almeno nel dibattito mediatico: il reato commesso “a fin di bene”. Non è una fattispecie giuridica, sia chiaro, ma una suggestione che rischia di confondere chi non mastica diritto e segue la vicenda attraverso il frastuono delle cronache.
Da quanto si apprende dagli organi d’informazione, con riferimento all´inchiesta su un attentato dinamitardo avvenuto lo scorso ottobre, più che singolare sarebbe la ricostruzione attribuita agli investigatori: il fine dell’attentato non sarebbe stato quello di arrecare un danno, bensì di procurare un bene.
Un attentato, dunque, ma animato da buone intenzioni?
Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un curioso ossimoro. L’attentato resta un reato; le intenzioni, ammesso che siano davvero nobili, non mutano automaticamente la natura del fatto. Altrimenti dovremmo immaginare una nuova esimente: l’esimente della buona intenzione. Una prospettiva che il nostro ordinamento, fortunatamente, non contempla.
Sia chiaro: salvis iuribus per tutti gli interessati. Saranno i magistrati a ricostruire fatti, moventi e responsabilità. A noi non compete interpretare il merito della vicenda, bensì riflettere sul principio che emerge dal dibattito pubblico.
Ed è proprio qui che affiora il problema. Il pressapochismo, ormai, sembra essersi trasformato in metodo. Si semplifica ciò che è complesso, si confondono le responsabilità, si sostituiscono le categorie giuridiche con slogan emotivi. La politica, purtroppo, contribuisce spesso a questa deriva: invece di educare al rigore, indulge nella superficialità; invece di chiarire, alimenta l’ambiguità. E una società che viene governata con approssimazione finisce inevitabilmente per governare se stessa allo stesso modo.
Naturalmente il diritto non riconosce il “reato a fin di bene”. La fantasia, invece, non conosce confini. Del resto, assistendo ogni giorno alle devastazioni delle guerre trasmesse in televisione, una piccola bomba sotto un’automobile, se provoca soltanto rumore e danni limitati, può persino sembrare cosa di poco conto. Ma il metro di giudizio non può essere la spettacolarizzazione della violenza: un reato rimane un reato e come tale dovrà essere valutato.
Ci si augura soltanto che questa vicenda non sia destinata a seguire il percorso infinito di altri casi giudiziari che, a distanza di decenni, continuano ancora a occupare le cronache.
Viviamo nell’epoca del miscuglio eterogeneo: interessi personali, convenienze politiche, coscienze intermittenti e qualche ingrediente difficilmente identificabile. Chimicamente parlando, una soluzione è un miscuglio omogeneo nel quale una sostanza prevale sulle altre. Nel nostro caso, la sostanza dominante sembra essere il disinteresse per il bene comune, mentre il senso delle istituzioni si dissolve come un soluto sempre più rarefatto.
Nemmeno la religione appare immune da questa confusione. Il recente avvicendamento del cosiddetto “prete dei migranti”, con la motivazione che l’attività pastorale sarebbe stata progressivamente sostituita da quella assistenziale, dimostra quanto sia difficile distinguere ruoli, finalità e responsabilità quando ogni ambito pretende di assorbire l’altro.
Forse è proprio questo il tratto distintivo del nostro tempo: la nevrosi del disordine. Sigmund Freud osservava che «l’accettazione della nevrosi universale risparmia il compito di costruirsi una nevrosi personale». Una frase che oggi sembra descrivere con sorprendente efficacia una società sempre più incline ad assolvere tutto e tutti, purché nessuno sia chiamato a rispondere delle proprie azioni.
I tedeschi ricordano da secoli che Ordnung ist das halbe Leben: l’ordine è metà della vita. L’ironia popolare aggiunge che il disordine è l’altra metà. Oggi, però, sembra essere sopravvissuta soltanto quest’ultima.
Le leggi possono anche essere interpretate; ciò che non dovrebbe mai essere reinterpretato è il buon senso. Quando anche quello diventa un’opinione, il disordine non è più un incidente: è un sistema.
Giuseppe Arnò
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