Trump, l’Europa ringrazia

Dai talk show di lana caprina al ceffone americano che ha svegliato Bruxelles

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C’è un curioso filo rosso che unisce i salotti televisivi della politica italiana ai palazzi ovattati dell’Unione Europea: l’arte sublime del perdere tempo. Un talento coltivato con dedizione, risorse pubbliche e una certa ostinazione al sonno profondo.

Basta accendere la RAI, per esempio. Nella trasmissione Il Confronto di ieri sera si è discusso, come sempre, di inflazione, rottamazioni e dell’eterna, commovente contesa tra ricchi e poveri. Una disputa che dura dai tempi di Noè, attraversa il Medioevo e arriva integra, senza una ruga, fino ai nostri studi televisivi. Con una novità: ora la percentuale dei poveri sarebbe diminuita. Ma attenzione, replica immediata dell’opposizione: dentro quel dato ci sono anche i lavoratori in cassa integrazione, i semi-occupati, i quasi-occupati e, probabilmente, pure qualche santo in paradiso.

Il risultato è noto: le stesse musiche, gli stessi spartiti, gli stessi solisti che si alternano con foga, senza che il concerto produca una sola nota nuova. Viene allora da chiedersi se questi talk show abbiano ancora una funzione civile o se siano diventati una forma di arredamento televisivo: stanno lì, occupano spazio, consumano risorse e danno l’illusione che qualcosa si muova. Nel frattempo, i cittadini pagano il biglietto.

Del resto, ricchi e poveri sono sempre esistiti. Anche in musica: basti pensare ai Ricchi e Poveri, glorioso gruppo genovese, che almeno aveva il pregio di non prendersi troppo sul serio. In politica, invece, ogni dato è buono solo per essere smentito, relativizzato, smontato e rimontato fino a diventare innocuo. E se una percentuale scende, non è mai merito di qualcosa che funziona, ma di un trucco contabile ben nascosto.

Forse, più che l’economia, andrebbe riformulato il palinsesto RAI. Ma questo è un discorso che vale anche, e soprattutto, per l’Europa.

L’Unione Europea, infatti, da anni vive in uno stato di torpore elegante: molte parole, molte commissioni, molte unanimità richieste e pochissime decisioni prese. Una macchina perfetta per non decidere nulla su tutto ciò che conta davvero. Ucraina, difesa, politica estera, energia: ogni volta si arriva a un vertice e si riparte con un comunicato.

Qualcosa, però, sembra essersi incrinato. Complice il recente asse Italia-Germania, ma soprattutto grazie a un personaggio che l’Europa ama detestare: Donald Trump. Il tycoon sarà antipatico, anti-diplomatico, imprevedibile e poco ortodosso, ma ha fatto una cosa che Bruxelles non riusciva più a fare da sola: ha dato la sveglia.

La vicenda della Groenlandia, con le sue minacce muscolari e fuori registro, ha avuto un effetto miracoloso. Per la prima volta da tempo, l’Europa si è ricompattata. Ha capito che senza una testa unica, senza una struttura decisionale snella e senza superare il freno dell’unanimità, resterà un grande mercato e una piccola potenza. Un continente che commenta il mondo invece di guidarlo.

Meglio tardi che mai, ci ricorda una vecchia commedia televisiva di Luca Manfredi. Anche se, come ammoniva Theodor Seuss Geisel, si è fatto tardi molto presto. E allora sì, tocca dirlo sottovoce, magari storcendo il naso: se l’Europa si riformerà davvero, se smetterà di sonnecchiare e inizierà finalmente a decidere, una parte del merito andrà anche a lui.

Trump non è una soluzione. È stato uno schiaffo. Ma a volte, nella storia, gli schiaffi servono più delle carezze. E l’Europa, da tempo, dormiva profondamente.

Giuseppe Arnò

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