Trump e il grande gioco del mondo

Tra guerre che dovrebbero finire, alleanze che potrebbero cambiare e protocolli trattati come coriandoli, il Presidente americano sembra giocare una partita tutta sua. Peccato che il resto del mondo non sia stato avvertito.

 

di Giuseppe Arnò

 

C’è un vecchio proverbio che invita a non svegliare il can che dorme. Donald Trump, invece, sembra preferire un metodo diverso: svegliare il cane, accarezzarlo, provocarlo, offrirgli un biscotto e poi chiedersi perché abbia cominciato ad abbaiare.

È il suo stile.

Un metodo che, nella politica americana, ha certamente una sua efficacia scenica. Il problema è che la politica internazionale non è un reality show e il mondo, a differenza del pubblico televisivo, non può cambiare canale quando la puntata diventa troppo complicata.

E così eccoci qui, ancora una volta, a domandarci:

Ma a che gioco giochiamo, Mr. President?

Shakespeare, tra il 1598 e il 1599, scriveva Much Ado About Nothing, Molto rumore per nulla. Quattro secoli dopo, il titolo sembra conservare una sorprendente attualità.

Perché nella grande commedia geopolitica contemporanea si fa un rumore assordante, si agitano minacce, si convocano vertici, si annunciano svolte storiche e, alla fine, ci si ritrova spesso al punto di partenza.

Con una differenza, però.

Nel frattempo, qualcuno ha pagato il biglietto.

E qualcun altro ha pagato il conto.

La vicenda iraniana è lì a ricordarcelo. Dopo mesi di tensioni e di guerra, la domanda più semplice è anche quella più imbarazzante: che cosa è realmente cambiato?

Il regime non è scomparso. L’Iran non si è dissolto. Le tensioni regionali non sono evaporate. Anzi, gli equilibri geopolitici sembrano essersi complicati ulteriormente e le diverse anime del potere iraniano potrebbero aver trovato nuovi motivi per stringersi attorno alla propria componente militare.

Insomma, si voleva cambiare il quadro e si è finito per ridipingere la cornice.

Il che, in diplomazia, non è esattamente la stessa cosa.

Machiavelli, che di queste faccende aveva una certa esperienza, ammoniva che “si cominciano le guerre quando altri vuole, ma non quando altri vuole si finiscono”.

Una verità tanto elementare che, proprio per questo, viene spesso dimenticata.

Le guerre sono facili da dichiarare. La pace, invece, ha il difetto di richiedere pazienza.

E la pazienza, nella politica contemporanea, sembra diventata una merce rara.

Trump, in questo senso, è figlio del suo tempo e, contemporaneamente, ne è un´espressione perfetta. Ha portato nella politica internazionale il linguaggio del businessman: trattare, rilanciare, minacciare, sorprendere, cambiare posizione, tornare al tavolo.

La diplomazia, però, ha regole meno elastiche.

Le alleanze hanno memoria.

I trattati hanno una certa testardaggine.

E le bombe, purtroppo, non leggono i comunicati stampa.

Il Presidente americano sembra talvolta considerare la geopolitica come una grande sala riunioni dove ogni interlocutore può essere sostituito con un altro, purché l’affare finale sia conveniente.

E così gli amici possono diventare partner, i partner interlocutori, gli interlocutori potenziali avversari e gli avversari, con un colpo di penna, futuri amici.

È la diplomazia del “mai dire mai”.

Una filosofia rispettabile, forse.

Ma un po’ inquietante quando a praticarla è la maggiore potenza militare del pianeta.

Nel frattempo, il Medio Oriente cambia pelle.

L’Arabia Saudita assume un peso sempre più rilevante nelle nuove geometrie regionali, mentre le relazioni tra Washington, Riyadh e Gerusalemme sono destinate inevitabilmente a produrre qualche apprensione e parecchie domande.

Perché anche in politica internazionale vale una vecchia regola di buon vicinato: se cambi improvvisamente compagnia, qualcuno, nella vecchia compagnia, potrebbe offendersi.

E Netanyahu, che di politica conosce certamente le sottigliezze, avrà probabilmente osservato la scena con quella particolare attenzione che si riserva ai cambiamenti meteorologici quando si è appena steso il bucato.

Il vero problema, tuttavia, non è soltanto chi sia oggi il compagno di merenda di Washington.

È capire dove si voglia andare domani.

Perché Hormuz e Bab el-Mandeb non sono semplici nomi esotici sulla carta geografica. Sono due dei punti più delicati del commercio mondiale. Se lì qualcosa si inceppa, il problema non rimane in Medio Oriente: viaggia sulle navi, attraversa i mercati e arriva puntualmente nelle tasche dei cittadini.

Il petrolio sale.

I trasporti costano di più.

Le merci rincarano.

E il cittadino, davanti allo scaffale del supermercato, si domanda quale colpa abbia mai commesso per dover finanziare, con il prezzo della spesa, l’ennesima crisi geopolitica.

La risposta è semplice:

nessuna.

Ma è comunque lui a pagare.

Ed è qui che torna la domanda iniziale: quale fosse, esattamente, la logica dell’operazione anti-Iran, oggi non è facilissimo comprenderlo.

Forse la strategia esiste.

Forse è molto sofisticata.

Forse è così sofisticata che nessuno, tranne chi l’ha concepita, riesce ancora a vederla.

Trump, del resto, non sembra ragionare secondo il manuale classico dello stratega. Il suo metodo assomiglia più a quello del negoziatore che entra in una stanza, guarda tutti negli occhi e dice:

«Vediamo chi ha più bisogno di me.»

Non è necessariamente un metodo sbagliato.

Ma, applicato alle guerre, presenta qualche inconveniente.

Perché un affare si può annullare.

Una guerra no.

Un contratto si può rinegoziare.

Un morto no.

E qui, forse, sta la differenza tra il business e la storia.

Con l’Ucraina, poi, il rapporto tra guerra, difesa e interessi economici è diventato un tema sempre più presente nel dibattito internazionale. È naturale che le grandi potenze pensino anche ai propri interessi. Lo fanno tutti.

Ma sarebbe bene ricordare che, quando le armi entrano in scena, il mercato non è mai l’unico protagonista.

Ci sono uomini.

Ci sono donne.

Ci sono bambini.

E ci sono generazioni che erediteranno le conseguenze di decisioni prese da persone che, spesso, non ne subiranno direttamente le conseguenze.

Questo dovrebbe bastare a consigliare prudenza.

Ma la prudenza, oggi, sembra avere un difetto imperdonabile:

non fa notizia.

Fa notizia l’annuncio.

Fa notizia la minaccia.

Fa notizia il colpo di scena.

La pace, invece, generalmente no.

La pace è silenziosa.

E, in un mondo che vive di rumore, rischia di sembrare quasi sospetta.

Poi c’è il futuro politico.

Perché ogni presidente pensa al proprio Paese, ogni leader pensa alla propria eredità e ogni politico, anche il più disinteressato, possiede almeno un occhio rivolto al calendario elettorale.

Dunque, quando Trump parla al mondo, sarebbe ingenuo dimenticare che, contemporaneamente, parla anche agli americani.

E forse, da qualche parte, c’è già qualcuno che sta calcolando quanto costi una guerra, quanto renda una pace e quanto convenga politicamente l’una o l’altra.

Noi, naturalmente, non possiamo saperlo.

Possiamo soltanto osservare.

E sospettare che, dietro il grande spettacolo della geopolitica, ci sia sempre una calcolatrice.

Vito Mancuso ha scritto una frase che si presta, con una certa libertà, a una conclusione ironica: «Dio c’è ma non si vede. Oppure si vede e allora non c’è».

Potremmo adattarla così alla strategia internazionale contemporanea:

La strategia c’è, ma non si vede.
Oppure si vede, e allora forse non è una strategia.

Nel frattempo l’Europa osserva.

Militarmente non può competere con gli Stati Uniti, ma conserva una risorsa che, in tempi di nervosismo internazionale, vale più di quanto sembri: la capacità di dialogare.

E in questo quadro l’Italia, per posizione geografica, storia e rapporti con il Mediterraneo, potrebbe avere un ruolo significativo.

Non quello del grande generale che arriva con la tromba.

Quello, più discreto, di chi apre una porta quando gli altri hanno già cominciato a chiuderle tutte.

Non sarà spettacolare.

Ma potrebbe essere utile.

Perché mentre i grandi poteri si esercitano a spostare le pedine, qualcuno dovrebbe pur ricordare loro che sulla scacchiera non ci sono soltanto re e regine.

Ci sono anche milioni di pedoni.

E i pedoni, guarda caso, sono quasi sempre quelli che muoiono.

L’impronta del nostro Montanelli

Montanelli, davanti a tutto questo, probabilmente avrebbe fatto ciò che gli riusciva meglio: osservare il grande teatro del potere con un sorriso appena accennato e una certa diffidenza verso chiunque si proclamasse indispensabile.

Avrebbe forse ricordato che i potenti passano, le bandiere cambiano, le alleanze si trasformano e persino gli imperi, prima o poi, scoprono di avere una data di scadenza.

Poi avrebbe guardato Trump, Putin, Netanyahu, Zelensky e tutti gli altri protagonisti della grande commedia mondiale e avrebbe forse detto:

«Signori, fate pure la storia. Ma, se possibile, cercate di non farla pagare sempre agli altri.»

E avrebbe aggiunto, con quella sua ironia asciutta:

«Perché il mondo è pieno di statisti che vogliono entrare nella Storia. Il problema è che, prima di entrarci, spesso fanno uscire di casa la gente.»

E noi, con il dovuto rispetto, possiamo soltanto concludere:

Molto rumore per nulla?

Forse.

Ma quando il rumore arriva dalle stanze del potere, sarebbe sempre prudente controllare che, da qualche parte, non stia già tremando il soffitto.

Perché il mondo, Mr. President, non è un casinò.

E nemmeno un’azienda.

È casa nostra.

E sarebbe davvero un peccato che, mentre qualcuno gioca a dadi con la geopolitica, a noi toccasse soltanto raccogliere i cocci.

*

Foto by Canva mix

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