Sigfrido Ranucci prepara gli scatoloni dopo vent’anni a Report: una vicenda che invita alla prudenza, senza processi anticipati né indulgenze di comodo.
Finis coronat opus. La fine corona l’opera. Almeno secondo il celebre motto latino, perché nella vita non sempre il finale coincide con il giudizio definitivo su ciò che lo ha preceduto.
Tutto ciò che ha un inizio, prima o poi, incontra una conclusione. Ma chiudere una storia non significa necessariamente archiviarne il significato, né tantomeno stabilire, con un colpo di penna, chi abbia avuto ragione e chi torto. A volte, la fine di un percorso è soltanto l’inizio di un altro. Altre volte, lascia dietro di sé interrogativi ai quali sarebbe imprudente rispondere troppo in fretta.
È in questa prospettiva che si può osservare l’uscita di scena di Sigfrido Ranucci da Report, la trasmissione d’inchiesta della Rai che ha guidato per circa vent’anni.
«Finisce una storia durata vent’anni. Raccolgo i ricordi che mi hanno accompagnato in circa 500 puntate di Report», ha scritto il giornalista sui social, accompagnando le parole con un video nel quale prepara gli scatoloni e ripone i ricordi della sua lunga permanenza in redazione. Sullo sfondo, quasi a stemperare la malinconia del momento, L-O-V-E, nella voce inconfondibile di Nat King Cole.
Una colonna sonora elegante, niente da dire. Del resto, anche gli addii professionali meritano una certa cura della regia. E se la vita, talvolta, si diverte a sorprenderci, almeno lasciamole scegliere una buona musica.
Ma dietro gli scatoloni rimane una questione che va oltre il destino professionale di un singolo giornalista: dove finisce la libertà della persona e dove comincia la responsabilità di chi esercita una funzione pubblica?
La vicenda che ha riportato all’attenzione pubblica il nome di Walter Lavitola e i suoi rapporti con Sigfrido Ranucci invita a una riflessione improntata alla prudenza. In assenza di elementi definitivamente accertati, sarebbe improprio trarre conclusioni affrettate o attribuire a relazioni personali significati che spetta agli accertamenti chiarire, ove necessario. Resta, tuttavia, una questione più generale: per chi opera nell’informazione pubblica, la trasparenza e l’attenzione ai possibili conflitti d’interesse sono componenti essenziali della credibilità professionale. Un principio che vale sempre, senza trasformare la frequentazione di una persona in una presunzione di responsabilità e senza confondere il legittimo approfondimento giornalistico con il giudizio anticipato.
La distinzione tra pubblico e privato, del resto, non è un’invenzione dei nostri tempi. Norberto Bobbio ne ha approfondito il significato nel pensiero politico e giuridico, mostrando quanto questa dicotomia sia fondamentale per comprendere l’organizzazione della società. Da una parte, ciò che riguarda la collettività; dall’altra, ciò che appartiene all’individuo, alla famiglia e alle relazioni personali.
Una separazione necessaria, ma non sempre facile da mantenere. I due ambiti si incontrano, si sovrappongono e talvolta si condizionano reciprocamente. Non occorre essere filosofi per accorgersene: basta osservare quanto rapidamente una vicenda privata possa diventare argomento di discussione pubblica quando riguarda chi ricopre un incarico di responsabilità.
E qui entra in gioco il servizio pubblico radiotelevisivo. Chi lavora nell’informazione non è tenuto a vivere sotto una campana di vetro, né deve chiedere un’autorizzazione per ogni amicizia. Tuttavia, soprattutto quando si occupa di inchieste, deve considerare che la fiducia del pubblico costituisce parte essenziale del proprio patrimonio professionale.
Non basta essere indipendenti: è importante anche non offrire, per leggerezza o imprudenza, motivi ragionevoli per dubitare della propria indipendenza. La percezione non sostituisce le prove, ma può influire sulla credibilità. E recuperare quest’ultima, quando viene compromessa, è spesso assai più difficile che perderla.
Naturalmente, il principio vale per tutti, non soltanto per i giornalisti. Amministratori pubblici, magistrati, dirigenti, professionisti e rappresentanti delle istituzioni si trovano, ciascuno secondo le proprie responsabilità, davanti a una medesima esigenza: evitare che i legami personali interferiscano con i doveri del proprio ruolo. O, almeno, che possano ragionevolmente apparire in conflitto con essi.
Perché la vita privata merita rispetto, ma non può diventare uno scudo universale; allo stesso modo, la funzione pubblica comporta doveri, ma non autorizza a mettere sotto processo ogni aspetto dell’esistenza di chi la esercita.
Quanto al futuro di Ranucci, la conclusione di una lunga esperienza non implica necessariamente la fine di una carriera. Si è parlato di possibili nuovi incarichi in Rai, compresa una vicedirezione o una corrispondenza dal Cairo. Se e quali opportunità si concretizzeranno, lo diranno i fatti. Dopo vent’anni e centinaia di puntate, una nuova destinazione potrebbe rappresentare un cambiamento significativo, non necessariamente un epilogo.
Anche per questo sarebbe prematuro decretare, oggi, che la storia di Report sotto la sua guida sia cominciata o terminata male. Un bilancio serio dovrebbe considerare il lavoro svolto, i risultati, le eventuali criticità e gli elementi che emergeranno dalla vicenda, senza lasciarsi guidare né dalla simpatia né dall’antipatia.
In fondo, il problema non è scegliere tra l’uomo e il personaggio, tra l’amico e il professionista, tra la sfera privata e quella pubblica. È riconoscere che una stessa persona può appartenere a entrambe, ma che ciascuna sfera impone regole e responsabilità differenti.
Forse è proprio qui che si annida l’equivoco più comune: confondere la libertà di vivere come si desidera con la libertà di ignorare le conseguenze delle proprie scelte. La prima è un diritto; la seconda, quando si ricopre un ruolo pubblico, è una pretesa assai meno difendibile.
E così, mentre Ranucci sistema i suoi ricordi negli scatoloni, rimane una lezione che non riguarda soltanto lui. La vita privata non deve essere sacrificata sull’altare della curiosità pubblica, ma neppure può essere invocata per sottrarsi a ogni domanda legittima. Tra questi due estremi si trova il terreno, meno spettacolare ma più solido, della responsabilità.
Il sorriso finale? Gli scatoloni, prima o poi, si chiudono. I giudizi, invece, farebbero bene ad aspettare che si chiudano anche gli accertamenti. Perché, se finis coronat opus, è altrettanto vero che, prima di incoronare un’opera o condannarla, conviene almeno averne letto l’ultimo capitolo. E possibilmente senza saltare le pagine scomode.
Giuseppe Arnò
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