Dalle curve allo stadio alle piazze universitarie, la violenza travestita da protesta sociale è ormai il passatempo preferito di chi scambia l’odio per militanza. E l’Occidente, quello che paga i conti, resta il nemico numero uno.
Tra cori, fischi e molotov: la nuova moda del dissenso senza regole

Lo sport è come la musica, come la scienza: non dovrebbe mai sporcarsi con la politica. Ma questo, ormai, è un concetto da museo archeologico, da esporre accanto alle tavolette sumere. Oggi vince la regola opposta: niente regole. Ogni occasione è buona per sprigionare il selvaggio latente che alberga dentro di noi.
Così capita che durante Italia–Israele, i fischi non abbiano risparmiato né l’inno tricolore né quello ebraico, con tanto di schiena voltata alla bandiera altrui. Atto di coraggio civile? No: pura e semplice barbarie da stadio… degna di una coreografia da film di Fantozzi.
Manifestazioni, cortei non autorizzati, università bloccate da sparuti gruppi che parlano a nome di “tutti”, poliziotti presi a pietrate nel silenzio generale: la democrazia, a quanto pare, funziona benissimo… finché parla chi urla di più. Il resto può comodamente restare a casa: qualcuno protesta anche per lui, che piaccia o no.
Eppure, dietro al nobile slogan dei “bambini palestinesi”, che commuovono tutti, come commuovevano i bambini vietnamiti ieri o gli ucraini oggi (ma quelli, chissà perché, non scaldano i cuori: forse non hanno ufficio stampa), si cela un filo rosso ben più chiaro: l’odio per l’Occidente. Quell’Occidente che mantiene chi lo disprezza con un welfare insostenibile, che garantisce diritti e libertà a chi le utilizza per impedire agli altri di esprimersi.
Pacifisti? Idealisti? Militanti del caos? Poco importa l’etichetta: chi urla “Palestina libera dal fiume al mare” e, chissà, forse domani “dal Manzanarre al Reno”, e chi spacca la testa ai poliziotti appartiene alla stessa famiglia allargata della violenza. Quella che odia la competizione, la meritocrazia, l’impegno. Troppa fatica: meglio gridare, meglio bloccare, meglio distruggere.
Intanto, il Paese che lavora e paga le tasse continua a mantenere un welfare sociale ed inclusivo, anche a beneficio dei suoi odiatori di professione. Perché, dopotutto, siamo ancora abbastanza liberi da poter permettere che ci insultino. Una libertà così grande che qualcuno, se potesse, la trasformerebbe in monopolio di pochi: i soliti noti che “hanno sempre ragione”.
di Redazione



















