Taci, il nemico ti ascolta

Ovvero: come l’esasperazione ideologica trasforma le parole in armi e i buoni sentimenti in alibi

 

a

«In Occidente si vive esasperati e si muore disperati», scriveva Gilbert Cesbron. Non era un profeta, era solo un uomo che osservava. Il problema, oggi, è che abbiamo smesso di osservare e abbiamo cominciato a urlare. Tutti. Sempre. Su tutto.

Il trucco, lo sapevano anche i vecchi saggi, quelli senza account social, sta nel rimanere un passo indietro dall’esasperazione. Ma l’Occidente corre. Corre verso il megafono, verso la semplificazione, verso il comodo rifugio del “noi contro loro”. E quando ci arriva, non trova la giustizia. Trova il sangue.

“Taci, il nemico ti ascolta.”

La frase, partorita in epoca mussoliniana, oggi fa sorridere i nostalgici e rabbrividire i prudenti. Perché il nemico, ormai, non ha più bisogno di spie in impermeabile. Gli basta uno smartphone, un server lontano, un algoritmo zelante. Ci ascoltano gli apparati elettronici che registrano le nostre conversazioni e le archiviano in centri dati di cui ignoriamo tutto, tranne che non stanno dietro l’angolo. Ci ascoltano i divulgatori d’idee, gli insegnanti, i giornalisti, che rischiano di essere gambizzati, se va bene, o appesi mediaticamente a testa in giù. E ci ascolta il vicino di casa, che da semplice seccatore può diventare, nella paranoia collettiva, un potenziale estremista sovversivo.

Nel frattempo, nei Paesi che si ostinano a chiamarsi democrazie, accade l’impensabile: si accoglie, si ospita, si tollera. Poi si viene colpiti. Non per errore, ma per ideologia. Ideologie aliene, fanatiche, impermeabili alla complessità, che si nutrono della narrazione più antica e più comoda: “noi contro loro”. Una narrazione che non spiega nulla, ma giustifica tutto.

Sydney, Bondi Beach.

Una spiaggia affollata, una festa religiosa (Hanukkah) e un attentato terroristico antisemita che lascia dodici morti, ventinove feriti, tra cui agenti di polizia. Tra le vittime anche il rabbino di Sydney, Eli Schlanger. Un bilancio che non è un numero, ma una frattura. L’ennesima. Non l’ultima, purtroppo.

Il cordoglio è stato unanime. Governo e opposizione italiani, finalmente d’accordo su qualcosa. Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha detto ciò che andava detto: l’odio antiebraico non ha confini ed è il frutto avvelenato di una propaganda che mente, esaspera, incendia. Matteo Renzi ha aggiunto che non basta piangere oggi e dimenticare domani. Ha ragione. Il lutto senza memoria è solo una cerimonia.

E allora veniamo al punto, che è scomodo ma necessario.

Le parole non sono innocue. Le piazze virtuali non sono giochi. Le bandiere agitate senza cervello diventano sudari. L’esasperazione ideologica è una droga: eccita, semplifica, deresponsabilizza. E quando l’effetto svanisce, qualcuno passa all’atto. Sempre qualcun altro, ovviamente. Il fanatico non si sporca mai le mani da solo: ha bisogno di un clima, di una folla che urla, di intellettuali distratti e di indignati professionali.

Cari Pro-Pal, e non fingiamo di non capire, a buon intenditore poche parole. Anzi, se ne sono già spese troppe. Difendere una causa non significa assolvere l’odio. Criticare uno Stato non autorizza a colpire un popolo. E chi non distingue, prima o poi, sceglie il coltello al posto dell’argomento.

Montanelli avrebbe probabilmente chiuso così:

quando le ideologie smettono di pensare e cominciano a credere, il prossimo passo non è la rivoluzione. È il funerale. E, come sempre, a pagarlo sono gli innocenti.

di Redazione

Subscribe
Notificami
guest

0 Comentários
Inline Feedbacks
View all comments
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

                      Lukashenko, Assad e il Grande Risiko del Mediterraneo:   .

Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le.

Parte l’Europa League, Roma e Lazio protagoniste Da Dovbyk a Osimhen, da Zirkzee a Nico Williams, parata di stelle ROMA,.