Stanchi di guerra, che Dio ci aiuti

L’Europa si sveglia, Trump stringe mani, Macron sfila: e intanto il mondo spera

 

 

Italia e Germania oggi sono “più vicine che mai”. Parola della premier Giorgia Meloni, detta con tono solenne accanto al cancelliere Friedrich Merz, al termine del vertice intergovernativo tra i due Paesi. È una buona notizia, ci assicurano, per i popoli interessati e per l’Europa intera. E noi, da bravi europei, prendiamo nota. Anche perché da queste parti le buone notizie vanno annotate subito: durano poco.

La presidente del Consiglio parla di “congiuntura storica complessa”, di Europa chiamata a scegliere se essere protagonista del proprio destino o subirlo. Concetti alti, condivisibili, già sentiti. Anzi, per la verità, già scritti: ieri sulla Groenlandia, ieri sull’Europa, ieri su tutto ciò che l’Europa avrebbe dovuto fare l’altro ieri. Ma tant’è. Meglio tardi che mai, dicono i saggi. E in questo caso dobbiamo riconoscere un merito insperato a Donald Trump.

Sì, proprio lui. Il vecchio cowboy ha fatto quello che Bruxelles non riusciva a fare da anni: ha suonato la sveglia. Con una sola mossa ha preso tre piccioni con una fava: qualcosa l’ha ottenuta davvero in Groenlandia; ha spiegato ai bambocci europei che la difesa non è più un servizio in abbonamento offerto dagli Stati Uniti; e ha lanciato il suo personale “Board of Peace”, raccogliendo adesioni come se fosse una giocata collettiva all’Enalotto. Diabolicamente ingegnoso. Altro che improvvisazione.

L’Italia, prudente come sempre quando c’è da decidere, resta in stand-by. La premier segnala “oggettivi problemi di carattere costituzionale” nella configurazione dell’iniziativa e chiede di riaprirla, per venire incontro non solo alle esigenze italiane ma anche a quelle di altri Paesi europei. Traduzione non ufficiale: vediamo, parliamone, rimandiamo. È una specialità nazionale, riconosciuta dall’UNESCO.

Nel frattempo Trump continua a stupire. Sta costruendo una sua ONU personale, parallela, forse concorrente. Manca solo il palazzo di vetro, ma conoscendolo potrebbe già essere in progettazione, con il suo nome ben visibile dall’orbita terrestre.

A suggellare gli accordi, una stretta di mano tra Trump e Mark Rutte. Forse troppo energica: il tycoon è apparso con un livido sospetto sul dorso della mano. La Casa Bianca minimizza: aspirina per il cuore, effetto collaterale, e soprattutto “troppe strette di mano”. Sarà. Noi, con sincera sportività, gli auguriamo ogni bene. In fondo, a conti fatti, sembra fare più bene che male. Ed è già qualcosa.

In questo teatrino globale non poteva mancare Emmanuel Macron, in versione “Top Gun” o “Terminator”, con tanto di occhiali aviator. La casa produttrice è italiana, il modello Pacific costa 659 euro e il presidente francese li ha voluti pagare di tasca propria, rifiutando l’omaggio. Sciccheria repubblicana, dicono. Qualcuno parla di un momentaneo problema vascolare a un occhio. Qualcun altro, più maligno, di un tentativo di impressionare il pubblico quando le cartucce politiche iniziano a scarseggiare. A Parigi, si sa, anche l’estetica è geopolitica.

Intanto, lontano dai riflettori, ad Abu Dhabi è finalmente iniziato il trilaterale Russia–USA–Ucraina. Due giorni di colloqui. Che sia la volta buona. Come Teresa Batista, “stanca di guerra” nel romanzo di Jorge Amado, lo siamo tutti. Ma soprattutto lo sono gli ucraini e i russi, che la guerra la vivono davvero, non la commentano.

“Dio dà sempre il meglio a coloro che lasciano la scelta a Lui”, ricordava il missionario Jim Elliot. Non sappiamo se sia vero, ma sappiamo che di scelte sbagliate, qui sulla terra, ne abbiamo già fatte abbastanza.
E allora sì: stanchi di guerra, che Dio ci aiuti. Anche perché, a giudicare dagli uomini, ne abbiamo un gran bisogno.

Giuseppe Arnò

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