Sovranità a rate

Quando l’Europa decide tutto e noi paghiamo il conto, con mancia obbligatoria.

 

C’è un vento curioso che soffia sull’Europa: porta con sé sentenze, regolamenti, prescrizioni, ammonimenti… e qualche volta anche un po’ di bon ton istituzionale direttamente da Bruxelles e Lussemburgo. Un vento discreto, certo, ma che finisce sempre per bussare alla porta di casa nostra come il vicino impiccione: “Mi scusi, potrebbe adeguare le sue abitudini? Qui nel condominio abbiamo deciso così.”

Nel frattempo, al di là delle Alpi, la Francia si gode il suo feuilleton giudiziario: Sarkozy condannato dalla Cassazione a un anno (sei mesi da scontare) per il caso Bygmalion, la campagna presidenziale 2012 gonfiata come un soufflé troppo vanitoso. Non pago, l’ex inquilino dell’Eliseo s’è visto recapitare anche la seconda mazzata per la raccolta di fondi del 2007, quella con Gheddafi finanziatore. “Chi la fa l’aspetti”, commenterebbe dal suo aldilà dorato il “Colonnello”, come amava chiamarsi il Ras libico, probabilmente con sorriso sornione.

Allargando l’obiettivo, sull’Ucraina si continua a navigare tra annunci, smentite, incontri programmati tra Trump e Putin mai chiariti, mentre le bombe restano l’unica agenda puntuale. In Italia, intanto, la politica interna rosicchia: c’è ancora chi fatica ad accettare che la Meloni, piaccia o no, stia portando avanti un lavoro che molti giudicano il migliore degli ultimi tempi. Ma, come ricordava Ariosto, “l’invidia è come il fuoco: si rivolge sempre ai luoghi più elevati”. E il popolo dei malinformati, che si nutre di invidia e chiacchiere, neanche se ne accorge.

E proprio mentre il mondo ribolle, ecco spuntare una di quelle notizie che Bruxelles ama infilare tra una crisi e l’altra. La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito, con la solennità di chi non ammette repliche, che i matrimoni gay contratti all’estero devono essere riconosciuti da tutti gli Stati membri. Caso scatenante: due cittadini polacchi sposati in Germania e respinti burocraticamente da Varsavia.

I giudici di Lussemburgo hanno ricordato che la libertà di circolazione non è un optional e che la vita familiare, se nasce in uno Stato membro, dev’essere riconosciuta anche da quello d’origine. Tutto corretto sul piano giuridico, ovviamente. Peccato che si tratti dell’ennesimo esempio di come la “primazia del diritto unionale” lasci agli Stati la stessa libertà di manovra di un treno ad alta velocità dentro una galleria: potete pure scegliere dove guardare, ma la direzione è una sola.

Ora, sia chiaro: si può essere favorevoli o contrari ai matrimoni egualitari, non è questo il punto. Il punto è l’obbligo. Perché una cosa è armonizzare, altra è uniformare. E quando l’Europa parla, gli Stati devono recepire, anche se la sentenza stride con i costumi, le tradizioni giuridiche o il semplice buon senso locale.

A questo punto, una domanda sorge spontanea: siamo davvero sicuri di voler sacrificare pezzi interi di sovranità sull’altare dell’uniformità? È proprio necessario trasformarci nei vassalli eleganti del Lussemburgo, sempre pronti a dire “sissignore” al prossimo parere vincolante?

Forse sarebbe il caso di prendere esempio da altri popoli europei, tanto bravi a scendere in piazza quando qualcosa non va. Non necessariamente il venerdì però: copiare troppo Greta sarebbe poco originale. Potremmo inaugurare, tra una “giornata per la parità”, una “giornata contro la violenza”, una “giornata per la sensibilizzazione di qualcosa”, anche la giornata nazionale della Sovranità Perduta. Simbolica, certo,  ma almeno ce la ricorderemmo.

E se poi qualcuno volesse spingersi oltre e indire uno sciopero contro le sentenze comunitarie ingerenti, beh… sarebbe un modo dignitoso per dirlo: l’Europa ci piace, ma non al punto da farci dire sempre di sì. Ogni tanto, sia concesso anche a noi di alzare il sopracciglio.

Perché, come avrebbe chiosato Montanelli, l’Europa unita va benissimo. Purché ogni tanto si ricordi che non siamo qui per prendere ordini, ma per partecipare. E che tra sudditi e cittadini c’è ancora una bella differenza.

di Redazione

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