S’i’ fosse foco…

 

 

S’i’ fosse foco… sterilizzerei il mondo

Manuale satirico per la bonifica dell’Homo contaminans. Con qualche facezia, un pizzico di Cecco e Montanelli in versione ignifuga.


 

«S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo…»

No, tranquilli. Non è un editoriale ecoterrorista, né il manifesto di qualche comitato di piromani con l’agenda green. È Cecco Angiolieri, sette secoli prima dei talk show, dei social e delle conferenze sul clima con buffet a dodici portate.

Il suo era uno sfogo letterario. Un artificio del genere comico-realistico, come spiegano i filologi. Un urlo in endecasillabi, non un programma elettorale. Cecco non voleva davvero incendiare il pianeta: voleva prendere a schiaffi, con l’ironia, la stupidità del suo tempo.

E qui nasce il sospetto: se fosse vivo oggi, probabilmente chiederebbe i diritti d’autore.

Perché il mondo che Dio ci ha consegnato era, piaccia o no, un capolavoro perfettamente funzionante. L’uomo ha deciso di migliorarlo. Come sempre accade quando l’uomo decide di migliorare ciò che funziona, il risultato è stato un disastro.

Abbiamo inquinato l’aria, l’acqua, il mare, i fiumi, il sottosuolo e perfino lo spazio, dove ormai galleggiano più rottami che satelliti. Mancava soltanto l’inquinamento del buon senso. Anche quello è arrivato.

La contaminazione peggiore, però, non è quella della plastica.

È quella delle idee.

Si riciclano slogan invece dei rifiuti, si differenziano gli esseri umani invece dell’immondizia e si confonde il progresso con la capacità di produrre nuove emergenze.

Così, mentre Madre Natura prova ancora ostinatamente a fare il suo mestiere, noi continuiamo a sabotarla con zelo burocratico.

Cecco avrebbe scritto:

S’i’ fosse climatologo, vieterei agosto.

S’i’ fosse influencer, pianterei alberi invece dei selfie.

S’i’ fosse politico, prometterei di mantenere almeno una promessa. Questa sì che sarebbe fantascienza.

Il fuoco, nella tradizione cristiana, non è soltanto distruzione.

San Francesco lo chiamava «frate focu», «bello, iocundo, robustoso e forte». È luce, calore, energia. È ciò che illumina e purifica.

Anche la sofferenza, scriveva Roberto Gervaso, è un fuoco che, quando non ustiona, purifica.

Il problema è che oggi il fuoco non purifica più: produce conferenze stampa.

Ogni catastrofe genera tre cose certe: una commissione, un hashtag e un esperto televisivo.

La soluzione arriverà domani.

Sempre domani.

Nel frattempo il mondo continua ad ammalarsi della stessa patologia: l’uomo.

Non della sua presenza, che sarebbe una benedizione, ma della sua smisurata presunzione.

L’unica specie capace di abbattere una foresta per stampare opuscoli intitolati “Salviamo gli alberi”.

L’unica che organizza summit sull’inquinamento raggiungendoli con cortei di jet privati.

L’unica che pretende di correggere perfino la natura, salvo poi indignarsi quando la natura presenta il conto.

A questo punto qualcuno invocherà il fuoco di Cecco.

Qualcun altro aspetterà un nuovo Diluvio.

Personalmente, mi accontenterei di una gigantesca sterilizzazione.

Non delle persone, sia chiaro. Delle follie.

Disinfettare la superbia, sanificare l’avidità, mettere in quarantena l’arroganza, vaccinare contro l’idiozia organizzata.

Una bonifica dell’intelligenza.

Perché il pianeta, in fondo, non ha bisogno di essere salvato.

È sopravvissuto a glaciazioni, meteoriti, vulcani e dinosauri.

Quello che rischia seriamente l’estinzione è il buon senso.

Indro Montanelli diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Oggi, prudentemente in versione ignifuga, aggiungeremmo che molti corrono anche in soccorso della narrativa dominante, purché sia già approvata dal salotto televisivo, dal social di turno e dal ministero competente.

Il pianeta continua a girare.

È l’uomo che gira a vuoto.

E forse Cecco, se potesse riscrivere il suo sonetto, sostituirebbe un solo verso:

«S’i’ fosse foco, non arderei il mondo.

Gli farei soltanto una profonda pulizia dell’anima.»

Perché, in fondo, più che un nuovo Diluvio universale basterebbe un buon disinfettante per le coscienze.

È l’unico inquinamento che nessun depuratore riesce ancora a filtrare.

Giuseppe Arnò

*

Foto archivio Lagazzettaonline

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