Scioperi fuori tempo e rivoluzioni d’annata: la piazza italiana riscopre il teatro dell’assurdo 🎭

Mentre l’accordo su Gaza è (quasi) in porto, le nostre piazze esplodono in gazzarre di solidarietà retroattiva. Forse più che per la pace, si lotta per un posto al talk show del lunedì.


Una volta si diceva “robe da matti”. Ora non si può più dire, ma il concetto, sussurrato, che non ci senta il garante dei sinonimi, resta. E il nostro Paese, tra una protesta e un selfie di piazza, sembra ospitare più d’un mattarello in libera uscita. Finché non diventano furiosi, transeat. Ma quando scatta la scintilla, ecco che la “manifestazione per la pace” si trasforma nel remake casereccio delle Cinque giornate di Milano. Solo che, a differenza del 1848, qui manca il nemico.

Si sciopera, si urla, si sfascia. Ma perché? Non per Gaza, almeno non più: l’accordo di pace, udite udite,  pare ormai quasi siglato. E allora a che serve la caciara? Forse a non far finire troppo presto il palinsesto dei talk show, o magari per dare un senso all’agenda dei soliti professionisti del cartello e del fumogeno.

Un lettore, più filosofico che indignato, ha telefonato in redazione per commentare: “Altro che rivoluzione del ’68, questa è la guerriglia globale!”

E ha aggiunto, come se fosse una notizia dell’ultima ora: “Anche all’estero scendono in piazza!”.

In realtà, per amor di cronaca, una rapida occhiata alle news internazionali ci ha svelato che non si agita foglia, neppure, col dovuto rispetto,  in Zimbabwe; solo qualche sporadica dimostrazione di infimo conto qua o là. All’estero, si sa, la gente il sabato pomeriggio lo dedica al calcio o al supermercato, non alla molotov.

Intanto, a Roma, la solita minoranza rumorosa ha trasformato la capitale in un set apocalittico: auto incendiate, agenti feriti, simboli religiosi imbrattati e cori deliranti per Hezbollah e Nasrallah. Cose che neanche nel peggior cabaret politico degli anni Settanta. La statua di Giovanni Paolo II a Termini, sporcata con insulti e falci e martelli, è diventata il simbolo perfetto di questo smarrimento collettivo: “Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi” non vale più, e nemmeno si capisce con chi o contro chi si protesti.

Il diritto di sciopero è sacro, nessuno lo nega. Ma quando si trasforma in abuso, in violenza gratuita e in passatempo da weekend, allora sì, serve rimettere mano alle regole. Non per reprimere, ma per restituire dignità,  e pace,  a chi lavora, a chi deve muoversi, e persino a chi vorrebbe solo un sabato senza sirene né fumogeni.

La conclusione è semplice: la piazza serve a farsi sentire, non a far paura.
E la nostra solidarietà, stavolta, va a chi in piazza ci va per dovere e non per vanità,  gli agenti, che continuano a garantire ordine in mezzo alla disordinata follia del nostro tempo.

Un Paese serio protesta quando serve, non quando conviene. Noi invece, si sa, arriviamo sempre puntuali… ma all’appuntamento sbagliato.

Giuseppe Arnò

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