In Italia si sciopera per tutto, anche per lo Stato che ancora non esiste. Ieri le piazze si sono riempite di bandiere, slogan e, va da sé, qualche vetrina spaccata. La causa? La Palestina. Non quella possibile, non quella in costruzione, ma quella immaginaria, proclamata a gran voce come se già avesse confini certi, istituzioni funzionanti e un esercito riconosciuto. Max Weber, che di Stato qualcosa capiva, probabilmente si starà rivoltando nella tomba.

Il problema, però, non è la Palestina. È l’Italia. O meglio, il riflesso condizionato di certi sindacati e partiti che trasformano ogni causa internazionale in un pretesto domestico. La manifestazione, ci viene detto, era contro Netanyahu. In realtà, tra un coro e l’altro, l’obiettivo diventava il governo Meloni, “complice se non si interviene”. Insomma, si parla al cane perché senta il padrone, con la differenza che il cane, in questo caso, non capisce e il padrone non ascolta.
Ecco allora l’inevitabile paragone con lo sciopero del 1943: quello che avrebbe incrinato il regime fascista. Evocare la Resistenza per giustificare i tafferugli in centro città è come paragonare la gita scolastica di quarta elementare all’impresa dei Mille. Ma tant’è: la retorica sindacale si nutre di storia piegata a uso e consumo del presente.
Naturalmente, la tragedia a Gaza è reale: i morti superano i 45.000, e ce ne rattristiamo. Ma anche in altre guerre, dai Balcani all’Ucraina, i numeri sono stati e sono infinitamente più drammatici, senza che l’Italia “contestatrice” abbia mai inscenato rivolte di piazza. Perché allora questa improvvisa sensibilità selettiva? Forse perché, come insegna la Treccani, la moda è un fenomeno sociale che investe comportamenti e ideologie. Oggi la moda è la protesta per Gaza: ieri non c’era, domani chissà.
Nel frattempo, i poliziotti finiscono in ospedale, le città pagano i danni e la cittadinanza si divide tra chi finge entusiasmo e chi scuote la testa. Il tutto in un copione che ricorda più la “Compagnia della ventura” di Brancaleone che una mobilitazione popolare cosciente.
E intanto, lontano dai riflettori, in Ucraina i morti hanno superato, ufficiosamente, il milione. Ma lì non si sciopera, non si scende in piazza, non si rompono vetrine. Forse, semplicemente, perché non è di moda.
Giuseppe Arnò



















