Scioperare è un diritto. Prenderci per i fondelli, no

 

Quando la protesta diventa alibi, la nonviolenza scompare e la politica applaude

Scioperare è permesso. Anzi, è sacrosanto. È uno dei pochi diritti che la storia ha conquistato a colpi di pazienza, fatica e, quando è andata bene, di intelligenza collettiva. Lo confermano storici e politologi, lo certifica perfino il Guardian, che in un recente articolo ci ricorda come i movimenti di massa abbiano plasmato l’arco della storia americana: dall’emancipazione degli schiavi al suffragio femminile, dai diritti civili a Black Lives Matter.

Le grandi proteste, quelle vere, funzionano. La Women’s March del 2017, le manifestazioni dopo l’uccisione di George Floyd, persino le recenti proteste “No Kings”: tutte hanno lasciato un segno. Leggi approvate, diritti riconosciuti, mentalità cambiate. Il filo rosso? La nonviolenza. Lo dice l’articolo, lo ribadiscono gli studiosi, lo suggerisce il buon senso: quando la protesta diventa violenta, smette di essere protesta e diventa rumore.

Fin qui, nulla da eccepire. Anzi, applausi.

Il problema nasce quando attraversiamo l’Atlantico e approdiamo in Italia, dove lo sciopero è spesso meno strumento di rivendicazione e più rito propiziatorio. Non si sciopera per ottenere qualcosa, ma perché “si è sempre fatto così”. Meglio se di venerdì, giornata già di per sé malvista dai superstiziosi, e meglio ancora se senza un motivo sociale chiaro, condivisibile, comprensibile anche al cittadino che resta bloccato in stazione con la valigia in mano e la pazienza in saldo.

Non sta scritto da nessuna parte che lo sciopero debba essere settimanale, rituale o vendicativo. Né che la guerriglia urbana possa fregiarsi, con disinvoltura semantica, dell’etichetta di “protesta”. Lo sciopero, se vuole essere credibile, dev’essere pacifico, propositivo, costruttivo. Tutte qualità che, nel nostro Paese, compaiono più raramente delle comete.

E soprattutto: non dev’essere politico nel senso peggiore del termine. Non un randello per supplire all’incapacità di fare opposizione parlamentare, come la Costituzione, quella noiosa, prescriverebbe. Gli scioperi italiani, invece, sono spesso fortemente politicizzati, e i casi eclatanti non mancano.

Restando all’attualità, l’operazione antiterrorismo di Genova ha portato a nove arresti per finanziamento di Hamas, tra cui il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Hannoun. Quarant’anni di presenza nel nostro Paese, sette milioni di euro contestati, accuse pesantissime. Un personaggio già noto per dichiarazioni incendiarie durante manifestazioni pro-Palestina, tanto da meritarsi un foglio di via da Milano.

Senza entrare nei dettagli giudiziari, che lasciamo a chi di dovere, il comune mortale, osservando il quadro complessivo, inizia a collegare qualche puntino: scioperi, piazze, slogan, caciara militante. E quando, a completare il dipinto, arrivano le dichiarazioni dei pm (“Il caso Hannoun non cancella i crimini di Israele”) e la replica politica (“Incredibili giudizi politici”), il quadro è finito. Cornice inclusa.

A quel punto la domanda non è più se scioperare sia lecito. Lo è. La domanda è: per che cosa? Non per l’invasione delle locuste in Africa, non per coprire magagne, non per interessi personali o ambigui. E soprattutto non per legittimare violenza, estremismo o terrorismo travestiti da impegno civile.

Lo sciopero non è una clava, né una foglia di fico. È uno strumento serio, che va usato con parsimonia e responsabilità. Altrimenti diventa una barzelletta cattiva, di quelle che fanno ridere solo chi le racconta.

Il pranzo è servito. Ma prima del caffè, sarebbe il caso di mettere mano alle riforme della giustizia e a leggi che ristabiliscano con chiarezza il rispetto dei confini tra i poteri dello Stato. Perché una Repubblica vive di diritti, sì, ma anche di limiti. E quando i limiti saltano, non è più una Repubblica: è una “repubblica”, con la r minuscola e il caos maiuscolo.

Giuseppe Arnò

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