Tra allergie alle forze europee e buoni propositi mai firmati, il Cremlino continua a sventolare la bandiera della “pace condizionata”: metà Ucraina oggi, l’altra metà domani.
Per ogni peccato si trovano le scuse. Il peccato di Vladimir Putin, però, non ha bisogno di grandi sofismi: la pace in Ucraina sì, ma solo a modo suo. Tradotto: metà del paese in tasca e l’altra metà pronta per essere fagocitata alla prima occasione utile.
Se non fosse così, non si capirebbe la sua improvvisa orticaria verso l’ipotesi di forze di pace europee dopo una eventuale firma di accordo. Una reazione allergica che degenera in “avvertimenti sanitari”: qualsiasi presenza straniera in Ucraina, dice, diventerebbe un “legittimo obiettivo militare”. Un concetto che gli è familiare, visto che di truppe altrui spedite in guerra (vedi nordcoreani, a vagoni, in prima linea) se ne intende parecchio.
Nel frattempo, il continente europeo continua a riunirsi in convegni, vertici e summit, come se il tempo bastasse a trasformare il rituale in realtà. Si parla di pace, di dopoguerra, di ricostruzione… ma senza l’altro interlocutore è più una liturgia che un programma. Per fare la pace, si sa, bisogna essere in due. Qui invece c’è solo l’Europa a recitare, mentre a Mosca si fa finta di non sentire.
E poi c’è Trump, che racconta di avere un buon dialogo con Putin. Ma di cosa parlano, esattamente? Dell’Ucraina o di scambi commerciali all’ingrosso? Fatto sta che lo stesso Trump si dice “non felice” dei progressi sul fronte degli accordi, intanto si diletta a rinominare il Ministero della Difesa in Ministero della Guerra, come se la semantica fosse già una strategia. E allora non resta che rifugiarsi nell’antico ritornello: “Aspetta e spera”. Già, ma qui a forza di aspettare, è sempre l’Ucraina che paga il conto.
Giuseppe Arnò