Prima il caffè, poi il mondo!

Da Anassimene a Pino Daniele, passando per pasta, pizza e gelato: il piccolo rito quotidiano che rende l’Italia un po’ più italiana. Oggi, Giornata internazionale del caffè, celebriamo la bevanda che risolve pochi problemi, ma ci aiuta ad affrontarli tutti.

«’Na tazzulella ‘e cafè»

Il filosofo greco Anassimene di Mileto, seguito da Empedocle, Socrate e Aristotele, vale a dire dalla crema del pensiero antico, sosteneva, con i colleghi del suo tempo, che fuoco, aria, acqua e terra fossero gli elementi fondamentali da cui trae origine ogni sostanza. In parole povere, tutto ciò che compone il pianeta che ci ospita.

Fin qui, nulla da eccepire. Ma se trasferiamo il ragionamento dalla filosofia alla tavola, con un pizzico di patriottismo gastronomico e senza pretendere di riscrivere la storia della scienza, ecco che i nostri quattro elementi fondamentali diventano pasta, pizza, gelato e caffè. Sono loro, insieme a tanti altri tesori della nostra cucina, a sostenere il buonumore nazionale e una parte considerevole della nostra idea di Made in Italy.

Del resto, creato il mondo, bisognava pur trovare il modo di farlo funzionare. E qui interviene una tradizione apocrifa, ma assai convincente: si racconta che Dio abbia creato il caffè prima di ogni altra cosa, altrimenti non avrebbe avuto la forza di portare a termine tutto il resto. Non sappiamo se la teologia confermi la versione; sappiamo, però, che milioni di esseri umani la sottoscriverebbero senza chiedere ulteriori chiarimenti.

Siamo fortunati, noi italiani. Non soltanto perché lo ricorda Fortune Italia, celebrando l’ingegno e la perseveranza del nostro Paese, né soltanto per il peso della nostra economia, la solidità di una manifattura che esporta in tutto il mondo e il ruolo che l’Italia svolge nello scenario europeo. Siamo fortunati anche perché abbiamo saputo trasformare gesti semplicissimi in piccoli riti collettivi. E pochi riti sono tanto universali, quanto italiani nella loro interpretazione, come quello della tazzina di caffè.

Al bar, a casa, in ufficio o dopo pranzo, il caffè è molto più di una bevanda. È una pausa, una scusa per incontrarsi, un modo per rompere il silenzio e, talvolta, per rimandare di cinque minuti una decisione che non abbiamo alcuna voglia di prendere. È il compagno discreto delle confidenze, il testimone delle discussioni interminabili e l’unico interlocutore che, di prima mattina, non pretende da noi una risposta articolata.

Naturalmente, non ci rifugeremo nel comodo mito degli «italiani brava gente», formula consolatoria che la cultura popolare ha contribuito a diffondere attraverso rotocalchi, cinema e televisione. L’identità di un popolo è materia ben più complessa di uno slogan, di un certificato anagrafico o di una bandiera esposta al balcone. La cultura, la lingua, la memoria familiare, le tradizioni e il modo di vivere concorrono a costruire quel sentimento di appartenenza che ci fa riconoscere in una storia comune, pur nelle differenze che rendono l’Italia così varia e, qualche volta, così meravigliosamente litigiosa.

Eppure, se c’è un piccolo ambasciatore capace di attraversare confini, superare diffidenze e mettere d’accordo persone che su quasi tutto il resto dissentono, quello è proprio il caffè. Persino chi non condivide la nostra lingua finisce spesso per imparare una parola: espresso. E se poi scopre che un espresso non è un caffè lungo servito in una tazza grande, ma una questione di pochi centimetri cubi e di molte convinzioni personali, allora comincia davvero a capire qualcosa dell’Italia.

Certo, il mondo ci imita. Si moltiplicano le macchine sofisticate, le capsule dai nomi esotici, le preparazioni scenografiche e le schiume artistiche, sulle quali qualcuno esita persino a posare le labbra per non rovinare il capolavoro. Tutto rispettabile, per carità. Ma per noi resta insostituibile quel piccolo espresso dalla crema compatta, capace di condensare in pochi sorsi una tradizione, un’abitudine e una certa idea della vita. Purché sia buono: perché anche il patriottismo, davanti a un caffè bruciato, conosce i propri limiti.

E poi c’è Pino Daniele, con la sua «’Na tazzulella ‘e cafè», che ha saputo raccontare attraverso una tazzina il sapore amaro della realtà, le contraddizioni sociali e il bisogno di trovare, anche nelle giornate difficili, un motivo per andare avanti. Non soltanto un elogio della bevanda, dunque, ma uno sguardo ironico e disincantato su un mondo nel quale il caffè può essere insieme conforto, abitudine e metafora della vita.

Oggi, 1° ottobre, si celebra la Giornata internazionale del caffè. Un’occasione per rendere omaggio a una bevanda che unisce culture e continenti, sostiene il lavoro di milioni di persone e accompagna le giornate di chiunque abbia bisogno di una pausa, di un incontro o semplicemente di un po’ di energia.

Perciò, lasciamo per un momento ai filosofi le loro teorie, agli economisti i loro grafici e ai politici le loro promesse. Questi ultimi, se proprio vogliono offrirci qualcosa di concreto, potrebbero cominciare con un buon caffè, possibilmente senza addebitarci anche la tazzina come opera pubblica.

Noi, intanto, celebriamo il nostro piccolo grande rito, con la convinzione che non tutto si possa risolvere davanti a una tazzina, ma che quasi tutto meriti almeno di essere discusso dopo averla bevuta.

In fondo, tutti devono credere in qualcosa.

Noi crediamo che ci faremo un altro caffè.

E, per una volta, non occorre neppure convocare un vertice per metterci d’accordo.

Giuseppe Arnò

*
Foto by A.I.

Iscriviti
Notificami
guest

0 Comentários
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

                  … detto da Donatella Cinelli Colombini a Firenze     Donatella.

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da.

Parigi 2024, Mattarella: ‘Sport italiano eccellente’ Le atlete e gli atleti olimpici e paralimpici ricevuti dal capo dello Stato per.