Porte chiuse (finalmente) e fantasmi in fuga

Dalla lista dei Paesi sicuri al blocco navale: l’Europa scopre che l’ospitalità è una virtù, ma non un colabrodo

“L’Europa non si farà d’un colpo”, ammoniva Robert Schuman, “ma attraverso realizzazioni concrete”.
E infatti ci sono voluti anni di convegni, tavoli tecnici, vertici straordinari e indignazioni ordinarie per scoprire che, lasciando la porta spalancata, non entrano solo i pellegrini ma anche il cavallo di Troia. E talvolta pure gli “invasori”, per dirla con linguaggio che fa inorridire i salotti ma descrive bene i moli.

La notizia del giorno, tra un oro olimpico, un antagonista che cerca lo scontro e un talk show che cerca l’audience, è che l’Unione europea ha finalmente ratificato la lista dei Paesi sicuri. Traduzione: rimpatri più facili. Traduzione della traduzione: ciò che fino a ieri era disumano, oggi è europeo.

La linea Meloni è passata. E non da sola. Si parla di un asse Meloni–Merz, una scossa conservatrice che promette di ridisegnare l’Europa più di mille dichiarazioni di principio. Non è ancora una nuova Santa Alleanza, ma è qualcosa di più concreto: un cambio di paradigma. Dalla solidarietà a senso unico alla solidarietà di fatto. Che, per Schuman, era il primo mattone dell’edificio europeo. Per noi, è almeno una serratura funzionante.

Il ddl Sicurezza sul tavolo del Consiglio dei ministri non è un romanzo d’appendice. È un elenco puntuale: blocco navale in caso di minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale; interdizione temporanea delle acque territoriali; sanzioni fino alla confisca delle imbarcazioni per chi viola il divieto; possibilità di trasferire i migranti irregolari in Paesi terzi con cui esistono accordi. Durata limitata, prorogabile. Non l’apocalisse, ma un regolamento.

Costituiscono minaccia grave, recita la bozza, il rischio concreto di terrorismo, infiltrazioni, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, grandi eventi internazionali. In altre parole: lo Stato si riserva il diritto di difendersi quando è sotto pressione. Un’idea che fino a ieri sembrava eversiva.

L’opposizione, nel frattempo, rincorre fantasmi. Da Venezia a Sanremo, manca solo la staffetta dalle Alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno. Fino all’altro ieri Vannacci era il generale utile a mettere in difficoltà il governo; oggi è un estremista putiniano. Gratteri, con brutalità partenopea, ricorda che le battaglie si fanno per convinzione, non per convenienza. E la frase resta lì, sospesa come un esame di coscienza collettivo.

I giudici reagiscono alla conferma della data del referendum; Cassese sostiene che la riforma renderà le toghe più indipendenti; un ex giudice della Consulta parla di pm liberi e Csm senza correnti. Nel frattempo, Ranucci replica, Giletti incalza, Cerno viene attaccato, e il Paese discute con la passione di chi ama la polemica più delle soluzioni.

Fuori dall’aula, il mondo continua. Zelensky apre a Trump: elezioni entro il 15 maggio, colloqui negli Usa. Ma “senza sicurezza non ci saranno annunci”. È una frase che potrebbe valere anche per l’Europa: senza sicurezza non c’è politica che tenga, né solidarietà che regga.

Sui rimpatri sicuri si è giocata una partita ideologica, spesso più teatrale che giuridica. Eppure il principio è semplice: distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non ce l’ha. Non è crudeltà, è amministrazione. Non è chiusura, è selezione. L’ospitalità è una virtù cristiana; l’incoscienza, no.

Si è finalmente compreso, forse per stanchezza, forse per realismo, che un flusso inarrestabile destabilizza economia, sanità, politica e quel poco benessere che l’Europa ha faticosamente costruito. Il troppo stroppia, diceva la saggezza popolare. Seneca, più elegantemente, avvertiva che ogni eccesso porta alla rovina.

L’Unione, se vuole diventare potenza e non solo platea, deve proteggere i suoi confini come protegge le sue regole. Non per paura del mondo, ma per non dissolversi in esso.

Per anni abbiamo confuso l’accoglienza con l’assenza di confini. Ora scopriamo che una casa senza porte non è più accogliente: è semplicemente occupata.

E l’Europa, se vuole essere casa, deve almeno avere le chiavi.

Giuseppe Arnò

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