MILANO, I NUOVI BARBARI E LA PAZIENZA FINITA
Dal Barbarossa ai vandali con il cappuccio: la città che non si arrende non ha intenzione di farsi mettere in ginocchio. Comprendere il disagio è doveroso; confondere le sue ragioni con il diritto di devastare è tutt’altra musica.
«Oggigiorno tutto è una lusinga, dura minga, dura no…»
Il ritornello milanese invita a non prendersi troppo sul serio, a vivere con leggerezza e a trovare sempre una ragione per cantare. Ma c’è un limite anche alla filosofia del sorriso: quando qualcuno scambia la città per un bersaglio e la libertà per un’autorizzazione a distruggere, la voglia di cantare rischia di lasciare il posto a quella, assai meno melodiosa, di presentare il conto.
I fatti del 17 e 18 ottobre, con gli scontri, le vetrine infrante, i saccheggi e le aggressioni alle forze dell’ordine nel cuore di Milano, hanno riportato alla ribalta una questione che non può essere liquidata con qualche dichiarazione di circostanza. Una manifestazione nata per contestare il carovita e denunciare le difficoltà sociali è degenerata, per l’intervento di gruppi violenti, in una giornata di guerriglia urbana E il giorno successivo le devastazioni sono proseguite. Non è una differenza di poco conto: protestare è legittimo, aggredire e saccheggiare non lo è.
Una città abituata alle prove difficili
Milano, del resto, non ha certo bisogno di lezioni di resilienza. La sua storia è un lungo alternarsi di ferite, lutti e ripartenze, nelle quali la tenacia dei suoi abitanti ha avuto un ruolo determinante.
Nel 1162 Federico Barbarossa impose alla città una durissima punizione, culminata nella distruzione di gran parte delle sue strutture urbane. Nel 1629-1630 arrivarono i Lanzichenecchi, nel contesto della guerra, e con loro la peste che Alessandro Manzoni avrebbe consegnato alla memoria collettiva nelle pagine dei Promessi sposi.
Nel marzo del 1848 le Cinque Giornate trasformarono Milano nel teatro di un’insurrezione contro il dominio austriaco. Nel 1898, durante le proteste per il rincaro del pane, la repressione del generale Bava Beccaris lasciò una ferita profonda. Il 20 ottobre 1944, il bombardamento della scuola di Gorla provocò una delle più strazianti tragedie civili della guerra. E il 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana aprì una stagione di paura e tensione che avrebbe segnato a lungo la storia italiana.
Non intendiamo mettere sullo stesso piano tragedie di natura e portata incomparabili. Sarebbe storicamente improprio e umanamente irrispettoso. Ma una lezione attraversa quei secoli: Milano può essere ferita, persino sconvolta, ma non ha mai rinunciato alla volontà di rialzarsi.
I nuovi barbari e la vecchia tentazione dell’impunità
Oggi, naturalmente, non ci sono eserciti imperiali alle porte né epidemie che falciano la popolazione. Ci sono, invece, gruppi di giovanissimi che sembrano aver scoperto una versione assai particolare della partecipazione civile: volto coperto, oggetti scagliati contro gli agenti, arredi urbani trasformati in armi, vetrine infrante e negozi depredati.
Una specie di Barbari, verrebbe da dire, richiamando il titolo del film di Enzo G. Castellari. Con una differenza sostanziale: qui non siamo sul set, non ci sono effetti speciali e i danni non vengono riparati dalla troupe alla fine delle riprese. A pagare sono commercianti, lavoratori, residenti e contribuenti. E qualcuno, in mezzo a tanto caos, rischia anche di farsi male sul serio.
Il problema non consiste nell’essere giovani, nell’avere idee radicali o nel contestare il governo. Consiste nel credere che la rabbia, qualunque ne sia l’origine, autorizzi a calpestare i diritti altrui.
Si discute, giustamente, di disagio giovanile, di disuguaglianze, di prospettive negate, di famiglie in difficoltà e di istituzioni talvolta incapaci di ascoltare. Sono temi reali, che meritano attenzione e risposte. Ma nessuno di essi costituisce una cambiale in bianco per la violenza.
Anche i camionisti hanno scioperato, anche i lavoratori hanno bloccato attività e manifestato per difendere i propri interessi. Le proteste possono arrecare disagi, talvolta considerevoli, ma non per questo diventano un’autorizzazione a distruggere ciò che appartiene alla collettività o a chi lavora per vivere. Le ragioni si discutono; le responsabilità si accertano.
Altrimenti, basterà dichiararsi insoddisfatti per ottenere il privilegio di rompere tutto. Una prospettiva singolare: la società dovrebbe ascoltare tutti, mentre alcuni si riserverebbero il diritto di non ascoltare nessuno.
Comprendere non significa assolvere
Eccoci, dunque, al punto dolente. Appena esplode la violenza, si moltiplicano le analisi, i convegni improvvisati e le spiegazioni sociologiche. Si cercano le cause, si ricostruiscono i contesti, si invoca il dialogo. Tutto legittimo, purché non si finisca per smarrire la distinzione fondamentale tra spiegare un comportamento e giustificarlo.
Le cause del disagio vanno affrontate con politiche serie, scuola, formazione, opportunità e presenza educativa. Chi ha sbagliato può essere recuperato, soprattutto quando è molto giovane. Ma il recupero non esclude la responsabilità: ne è, al contrario, una componente essenziale.
La legge deve essere applicata con fermezza e imparzialità, rispettando le garanzie processuali e le specifiche disposizioni previste per i minorenni. Chi ha commesso un reato deve risponderne; chi ha provocato danni deve essere chiamato, nei modi stabiliti dalla legge, a risarcirli. E quando ricorrono i presupposti, alle conseguenze economiche si aggiungano quelle penali, comprese le misure detentive previste dall’ordinamento.
Non si tratta di invocare vendette né di trasformare il carcere in una risposta automatica a ogni intemperanza. Si tratta di evitare che la giovane età diventi, agli occhi dei responsabili, una rassicurante assicurazione contro ogni conseguenza.
Chi rompe paga: con il portafoglio, quando è dovuto, e con la libertà, quando lo stabilisce la giustizia. Non necessariamente nell’una o nell’altra forma per ogni caso, ma secondo la gravità dei fatti e le responsabilità accertate. Perché la barbarie non è un’opinione da mettere ai voti, né una condotta da liquidare con una pacca sulla spalla e un invito a riflettere.
Milano ha le scatole piene. Ma non molla.
La città meneghina ha già dimostrato di sapere reagire alle avversità. Lo ha fatto ricostruendo, lavorando, innovando e difendendo il proprio tessuto civile. Non sarà certo una banda di facinorosi a cancellare questa storia, né qualche vetrina sfondata potrà spegnere la vitalità di una città che ha contribuito, più volte, a rimettere in moto il Paese.
Ma la resilienza non deve essere confusa con la rassegnazione. Ai milanesi non si può chiedere di ricominciare ogni volta in silenzio, di pagare i danni e di assistere alla consueta recita delle giustificazioni. La solidarietà verso chi è in difficoltà non impone di tollerare chi aggredisce; la comprensione non obbliga a chinare la testa; la democrazia non è il diritto del più violento di imporre la propria legge.
Milano risorgerà, come ha sempre fatto. Lo farà con il lavoro, con la partecipazione dei cittadini e con istituzioni capaci di proteggere gli spazi comuni, senza rinunciare alle libertà civili. E lo farà ricordando che il rispetto delle regole non è un fastidioso optional riservato ai cittadini più disciplinati.
Una lezione, prima che sia troppo tardi
La società ha il dovere di non abbandonare i suoi giovani. Ma i giovani hanno il dovere di capire che la libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa senza pagarne le conseguenze.
A chi ha davvero qualcosa da denunciare, la città offre piazze, parole, associazioni, giornali e strumenti democratici. A chi sceglie invece pietre, spranghe e saccheggi, la giustizia deve rispondere con indagini rigorose, processi equi e sanzioni adeguate.
Perché il male non si combatte chiudendo gli occhi, e l’illegalità non si sconfigge chiamandola disagio. Le cause si studiano, le persone si recuperano quando possibile, i reati si perseguono. Tutte e tre le cose, non una soltanto.
E allora, caro vecchio Milan l’è un gran Milan, tieniti stretto il tuo orgoglio. La tua storia insegna che sai rialzarti, ma questa volta ricorda anche ai nuovi barbari una regola antica, semplice e comprensibile persino senza laurea in sociologia:
la piazza è di tutti, la libertà è di tutti, ma la licenza di devastare non è di nessuno.
E se qualcuno ancora non lo avesse capito, glielo spieghi la giustizia. Con la dovuta fermezza. Senza cappucci, senza alibi e, possibilmente, senza bisogno di un’altra lezione.
Giuseppe Arnò
Foto di archivio Asib