Notizie, non romanzi: cronache cercasi disperatamente

 

Tra interpretazioni creative e tifoserie editoriali, un appello alla sobrietà: la realtà non ha bisogno di truccatori, ma di narratori.

«Si crede soltanto in quel che piace credere», ammoniva Honoré de Balzac. E siccome credere è più comodo che verificare, accade che la stessa notizia venga stirata, piegata, lucidata e infine rivenduta secondo il colore politico del mezzo che la diffonde. Non è complottismo: è aritmetica dell’informazione.

Prendiamo il discorso del Presidente Sergio Mattarella al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. Per alcuni è stata una carezza al governo, per altri una frustata all’esecutivo; per altri ancora, una dichiarazione di guerra fredda tra poteri dello Stato. Curioso: una sola voce, tre spartiti diversi.

La nostra, più modestamente, è una lettura lineare: il Capo dello Stato ha invitato tutti ad abbassare i toni. Tutti. Non una parte contro l’altra, ma un richiamo generale alla compostezza istituzionale. Se avesse voluto redarguire esclusivamente il governo, lo avrebbe fatto apertamente dal Colle. Se ha parlato al CSM, da presidente del CSM, significa che il richiamo era diretto anzitutto a chi aveva davanti, e per riflesso a chi, fuori da quell’aula, alimentava il botta e risposta.

Quando una diatriba supera il livello di guardia, non è solo una questione di galateo costituzionale: è una questione di pazienza collettiva. Il popolo, che sembra indifferente perché lavora, paga le tasse e manda avanti la baracca, potrebbe un giorno perdere le staffe. E quando il cittadino comune si stanca, non scrive editoriali: cambia umore. E talvolta cambia anche voto.

Per questo le notizie dovrebbero narrare la realtà e non inseguire l’interpretazione partigiana. La cronaca è un fatto; il commento è un’opinione. Confondere le due cose è legittimo per un romanziere, meno per un giornalista.

Quanto al resto, sarebbe auspicabile che la giustizia fosse, semplicemente, giusta. E magari, una volta per tutte, fuori dalla politica. Forse la vittoria del “SÌ” al referendum potrebbe contribuire a ridisegnare confini più nitidi tra chi legifera e chi giudica. La politica, dal canto suo, faccia politica: per il bene della collettività, anche tra mille difficoltà e con il fiato corto dei bilanci.

Non è un’utopia. È un’esigenza di igiene pubblica.

Un vecchio aforisma attribuito a Boris Makaresko recita: «Molti dei nostri uomini politici sono degli incapaci. I restanti sono capaci di tutto». È una battuta, certo. Ma come tutte le buone battute, punge perché contiene una briciola di verità.

Auguriamoci allora che si torni a miti consigli. Perché la libertà e la giustizia, come ricordava Malcolm X, nessuno le regala. Ma in uno Stato maturo non dovrebbero neppure essere conquistate a strattoni.

Altrimenti, più che una Repubblica, rischiamo di diventare un talk show permanente. E lì, si sa, vince chi urla di più, non chi ha ragione.

Giuseppe Arnò

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