Non piangete, è l’ora della gioia

Fra tifoserie geopolitiche, atomiche da temere e civiltà da rispettare, il buon giornalismo dovrebbe fare ciò che riesce sempre più difficile: distinguere un popolo da chi lo governa, raccontare i fatti senza trasformare la cronaca in un comizio.

di Giuseppe Arnò
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Ci sono domeniche in cui perfino la geopolitica dovrebbe concedersi una tregua. Non per dimenticare ciò che accade, ma per ricordare che il mondo ha bisogno di meno incendiari e di qualche pompiere in più.

Nell’agorà digitale, dove le opinioni corrono più veloci dei fatti, capita spesso di assistere a un fenomeno curioso: si finisce per tifare non per la pace, ma per uno dei contendenti. E quando la politica diventa tifo, la realtà si accomoda in panchina.

Un caro amico, analista appassionato e persona di indubbia cultura, ricorda giustamente che la Persia è una delle grandi culle della civiltà. Difficile dargli torto. La storia persiana ha regalato all’umanità arte, poesia, filosofia e scienza molto prima che molti Stati moderni vedessero la luce.

Ma qui si presenta un piccolo dettaglio. Piccolo solo in apparenza.

Una cosa è l’Iran, altra cosa è il regime che lo governa.

Confondere le due realtà significa rendere un pessimo servizio proprio a quel popolo che si vorrebbe difendere.

Amare la cultura persiana non implica applaudire gli Ayatollah, così come apprezzare la grandezza della Russia non significa condividere ogni scelta del Cremlino, né riconoscere il peso storico degli Stati Uniti obbliga a benedire ogni decisione della Casa Bianca.

Le civiltà meritano rispetto.

I regimi meritano giudizi.

Sono due mestieri diversi.

Donald Trump non è mai stato candidato alla beatificazione. Ha i suoi eccessi, le sue provocazioni, le sue decisioni discutibili. Nessuno pretende di dipingerlo come un santo.

Ma sarebbe un curioso esercizio di equilibrio morale trasformare, per reazione, il regime iraniano in una specie di Eden terrestre.

Lì dove il potere religioso e quello politico coincidono in una miscela che lascia ben poco spazio alle libertà individuali.

La vera tragedia è che i primi a pagare il prezzo di tutto questo sono proprio gli iraniani.

Per questo sarebbe opportuno evitare di trasformare ogni conflitto in una gara fra buoni assoluti e cattivi assoluti.

La storia, purtroppo, è molto meno cinematografica.

Esiste poi un particolare che dovrebbe togliere il sonno perfino ai più romantici osservatori della geopolitica.

L’atomica.

La vecchia canzone diceva che “la donna è il pericolo numero uno”.

I tempi cambiano.

Oggi il pericolo numero uno non porta la gonna ma una testata nucleare.

Ed è difficile immaginare prospettive rassicuranti se un’arma del genere finisse nelle mani di un regime teocratico che considera spesso il compromesso una forma di debolezza.

Qui il giornalismo dovrebbe fermarsi un momento.

Respirare.

E ricordare il proprio mestiere.

Non alimentare il fuoco con parole incendiarie.

Raccontare.

Verificare.

Contestualizzare.

Perché le cronache apocalittiche fanno audience, ma raramente aiutano a capire.

La pace non nasce da un comunicato infuocato né da una tifoseria internazionale.

Nasce quando qualcuno conserva ancora il coraggio di essere obiettivo.

Persino quando l’obiettività costa qualche applauso in meno.

Nel frattempo, concediamoci almeno una parentesi diversa.

Oggi si gioca una finale mondiale di calcio.

Lì sì che è bello tifare.

Che vinca il migliore, onore alla seconda classificata e un applauso sincero anche alla terza: nello sport, almeno, il podio non divide il mondo in nemici permanenti.

E forse, in questa domenica, vale la pena ricordare l’invito di Papa Giovanni XXIII: «Non piangete, è l’ora della gioia.»

Non era un invito all’incoscienza.

Era un richiamo alla speranza.

Che, di questi tempi, è una virtù rivoluzionaria.

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“Il giornalista non è un trombettiere di guerra né un suonatore di violino per la pace. È uno che, possibilmente, racconta i fatti senza innamorarsi delle bandiere.”
Montanelli, probabilmente, l’avrebbe scritto così. O, se non proprio così, certamente con un sorriso più pungente del nostro.

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