Non perché manchino le fedi, ma perché abbondano i fedeli convinti che Dio, in fondo, possa essere corretto con qualche emendamento personale.
«Non c’è più religione.»
X
È una frase antica, ma conserva una sorprendente giovinezza. La si usa davanti a un figlio maleducato, a una tassa appena inventata, a un vicino che parcheggia in doppia fila. È diventata il rifugio di chi avverte che qualcosa si è incrinato, anche se non saprebbe dire esattamente cosa.
A ben vedere, però, di religioni ce ne sono persino troppe. Il problema è che ciascuna, al proprio interno, continua a suddividersi in altre religioni ancora. La storia della fede assomiglia sempre più a quella della politica: tutti proclamano di appartenere alla stessa famiglia, purché la casa sia la loro.
La vicenda della Fraternità San Pio X è solo l’ultimo capitolo di una storia vecchia quanto il cristianesimo. Da una parte Roma; dall’altra chi ritiene di custodire la vera tradizione. Da una parte il Papa; dall’altra chi sostiene che il Papa, questa volta, abbia preso la strada sbagliata.
Nulla di nuovo sotto il cielo. Già nel 1054 Oriente e Occidente decisero di separarsi, convinti entrambi di rappresentare la vera Chiesa. Cambiano i secoli, cambiano gli abiti liturgici, ma gli uomini restano sorprendentemente fedeli alle proprie certezze.
I lefebvriani difendono una visione rigorosamente tradizionale del cattolicesimo: maternità come vocazione, critica del femminismo, rifiuto del laicismo, dell’ecumenismo, del sacerdozio femminile e dell’aborto. Posizioni che dividono profondamente l’opinione pubblica, ma che almeno possiedono una qualità ormai rara: la coerenza.
Il punto, tuttavia, non è stabilire chi abbia ragione.
Il punto è un altro.
In un’epoca in cui ogni autorità viene contestata, quale effetto può ancora produrre una scomunica?
Per secoli bastava quella parola per far tremare re e imperatori. Oggi rischia di ottenere meno attenzione di un commento anonimo sui social network. Non perché abbia perso il proprio valore spirituale, ma perché siamo noi ad aver smarrito il senso dell’autorità.
Vale per la Chiesa.
Vale per la famiglia.
Vale per la scuola.
Vale per lo Stato.
Viviamo nell’epoca in cui tutti rivendicano il diritto di avere un’opinione, ma pochi accettano l’idea che possa esistere un’autorità diversa dalla propria.
Così ciascuno costruisce una fede personale, una morale personale, una verità personale. È il trionfo del “secondo me”. Una formula che possiede il raro privilegio di mettere sullo stesso piano duemila anni di teologia e un video di trenta secondi visto sul telefono.
La religione, allora, diventa quasi un dettaglio.
Il fenomeno riguarda tutto ciò che pretende di essere autorevole. Ognuno sceglie il medico che conferma la diagnosi desiderata, il giornalista che dice ciò che già pensa, il politico che alimenta le proprie convinzioni e perfino il sacerdote che interpreta il Vangelo nel modo più rassicurante.
Più che fedeli, siamo diventati clienti.
E il cliente, si sa, ha sempre ragione.
È probabilmente questa la vera rivoluzione del nostro tempo: non la perdita della fede, ma la perdita del limite. L’idea che nessuno possa più dirci: «No, stai sbagliando.»
Rabindranath Tagore scrisse che «quando una religione pretende di imporre la propria dottrina all’umanità intera, si degrada a tirannia».
Pino Caruso, con il suo abituale sarcasmo, ribatteva: «Il problema non è la libertà delle religioni, ma la libertà dalle religioni.»
Due osservazioni che continuano a interrogare le coscienze, ma che oggi potrebbero forse essere completate da una terza.
Il rischio maggiore non è che le religioni pretendano troppo.
È che gli uomini pretendano di sostituirsi a Dio, riscrivendo ogni giorno i comandamenti secondo il meteo delle proprie convenienze.
Montanelli avrebbe probabilmente sorriso davanti a tutto questo. Non perché gli uomini discutano su Dio: lo fanno da millenni. Ma perché continuano a parlare di verità assolute con la sicurezza di chi cambia idea ogni sei mesi. E riescono perfino a considerare questo un progresso.
Giuseppe Arnò
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