Nessuno vive di rendita

La politica non premia chi conserva il passato, ma chi sa interpretare il futuro. Forza Italia è chiamata a una nuova stagione, e le energie per affrontarla non mancano.

 

La politica è una disciplina severa. Perdona quasi tutto, ma non un errore: credere che il consenso di ieri basti a pagare il conto di domani.

Le rendite, in democrazia, durano poco. Meno di quanto promettano certi manuali di finanza creativa e molto meno di quanto sperino quei partiti che, dopo una lunga stagione di successi, finiscono col convincersi che basti amministrare il patrimonio accumulato. Non funziona così. Gli elettori sono investitori prudenti: ritirano la fiducia appena si accorgono che il capitale non produce più interessi.

Il passivismo, l’attendismo, il galleggiamento hanno una sola virtù: evitano gli scossoni. Ma hanno anche un difetto decisivo: impediscono il movimento. E un partito che rinuncia a muoversi, prima ancora di perdere le elezioni, perde la propria ragion d’essere.

Forza Italia si trova oggi davanti a un bivio che riguarda molti grandi partiti dopo la scomparsa del loro fondatore. Può limitarsi a custodire la memoria oppure decidere di costruire una nuova stagione. Le due cose non coincidono.

Va riconosciuto ad Antonio Tajani un merito che sarebbe ingiusto sottovalutare. Tenere unito il partito dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi era probabilmente il compito più difficile che potesse capitare a un dirigente politico. Ci è riuscito con equilibrio, senso delle istituzioni e una pazienza che, nella politica contemporanea, è merce sempre più rara.

Ma la storia insegna che conservare è un punto di partenza, non un punto di arrivo.

Il berlusconismo non fu soltanto il carisma del suo fondatore. Sarebbe una lettura riduttiva. Fu, soprattutto, una continua capacità di rompere gli schemi. Berlusconi aveva intuito una verità semplice: i partiti diventano vecchi non quando invecchiano i loro dirigenti, ma quando invecchiano le loro idee.

Per questo sorprende, talvolta, una certa prudenza che sembra attraversare il partito. Prudenza comprensibile, perfino giustificabile, ma che non può trasformarsi in metodo. La politica non premia chi aspetta che gli eventi gli diano ragione; premia chi crea gli eventi.

Qui entra in gioco quella che Antonio Preiti, nel suo volume L’anima politica degli italiani, definisce la “domanda politica”. Non basta conoscere le intenzioni di voto. Occorre comprendere ciò che le genera: aspettative, paure, speranze, bisogni, perfino emozioni. È lì che si costruisce il consenso duraturo. Chi legge soltanto i sondaggi è come un medico che misura la febbre senza cercarne la causa.

Ed è proprio questa domanda politica a suggerire una riflessione. Oggi gli italiani chiedono meno slogan e più competenza; meno appartenenze e più risultati; meno tifoserie e più amministratori.

È un cambiamento culturale prima ancora che elettorale.

Ecco perché il rinnovamento di Forza Italia non dovrebbe essere inteso come un semplice ricambio generazionale. Sarebbe poca cosa. Il vero rinnovamento consiste nel valorizzare quelle esperienze amministrative che hanno dimostrato, sul campo, di saper trasformare il consenso in buon governo.

Tra queste, Roberto Occhiuto rappresenta uno dei casi più interessanti.

Non perché sia infallibile — qualità che appartiene soltanto ai santi, e nemmeno a tutti — ma perché ha costruito la propria credibilità attraverso il governo della realtà, che è sempre più complicata delle dichiarazioni televisive. In un tempo in cui molti dirigenti politici comunicano il consenso prima ancora di averlo conquistato, Occhiuto ha seguito il percorso inverso: ha amministrato, ha raccolto risultati e soltanto dopo ha consolidato il proprio consenso.

È una differenza sostanziale.

Le neuroscienze sostengono che esistano differenti predisposizioni cognitive tra sensibilità conservatrici e progressiste. Senza trasformare la politica in una risonanza magnetica, si può osservare come alcuni amministratori riescano a parlare a entrambe le culture politiche, mantenendo salda la propria identità ma senza rinunciare al pragmatismo. È probabilmente questa una delle ragioni della forza elettorale di Occhiuto.

In altre parole, siamo di fronte a un cervello politico più che ideologico.

Ed è una qualità che Forza Italia dovrebbe guardare con attenzione.

Non per costruire l’ennesimo “uomo della provvidenza”. La politica italiana ha già abusato di questa figura fino a renderla quasi caricaturale. Piuttosto perché i partiti, se vogliono sopravvivere, devono imparare a riconoscere e valorizzare il merito quando si manifesta. Il talento politico non è un patrimonio personale: è una risorsa collettiva.

Del resto, nessuna impresa affida il proprio futuro esclusivamente al fondatore. Costruisce una classe dirigente. Sarebbe curioso che un partito facesse il contrario.

Forza Italia dispone ancora di un patrimonio umano, culturale e amministrativo che molti avversari le invidiano. Ma i patrimoni, se restano fermi, si consumano. Hanno bisogno di essere investiti.

Per questo il tema non è soltanto chi guiderà il partito domani. Il tema è quale partito si voglia consegnare alla prossima generazione di elettori.

Un partito che custodisce il proprio passato merita rispetto.

Un partito che costruisce il proprio futuro merita consenso.

Sono due cose molto diverse.

E forse è proprio qui che si gioca la partita decisiva di Forza Italia.

La politica non conosce eredità perpetue. Conosce soltanto classi dirigenti capaci di rinnovarsi. Tutto il resto è commemorazione.

Giuseppe Arnò

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Foto:
Cesare Priori [1] [2] ; Vettorializzazione: Actam (Gian Luca Ruggero) – Sito ufficiale

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