L’Ucraina fuori dall’Alleanza, dentro l’Europa. E intanto l’Occidente smetta di giocare con la sicurezza come fosse ping-pong.

C’è un paradosso che fingiamo di non vedere, ed è proprio per questo che diventa interessante.
La Russia pretende che l’Ucraina non entri nella NATO, ma sembra disposta, o quantomeno rassegnata, a chiudere un occhio sull’adesione di Kiev all’Unione Europea. Come se Bruxelles fosse un circolo di filatelici e non il cantiere, ancora disordinato ma sempre più concreto, di una futura potenza politica e militare.
Mosca sa bene che la NATO non è un’idea, è un esercito. E soprattutto è un esercito con accento americano. L’ombrello dell’Articolo 5 non è poesia istituzionale: è deterrenza immediata, automatica, nucleare.
L’UE, invece, per ora discute. Ma mentre discute, si arma.
L’America si sfila, l’Europa si sveglia
Gli Stati Uniti stanno ridimensionando il loro impegno atlantico. Non è uno scandalo, è un dato di realtà. Washington guarda al Pacifico, alla Cina, al proprio elettorato. L’Europa, improvvisamente orfana, scopre che la difesa non è un’opzione morale ma una necessità fisica.
Nel frattempo:
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la difesa comune europea prende forma,
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il coordinamento militare cresce,
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la deterrenza, oggi frammentata, domani potrebbe essere credibile.
La differenza tra NATO ed UE, oggi ancora reale, si assottiglia a vista d’occhio.
Dunque, se Kiev si impegnasse formalmente a non entrare nella NATO, ma aderisse all’Unione Europea, non ci rimetterebbe granché. Cambierebbe il simbolo, non la sostanza. E forse si toglierebbe un pretesto a chi vive di dottrina dell’accerchiamento.
Ma l’Europa non può essere forte fuori e sciocca dentro
Qui però casca l’asino.
Non si costruisce una potenza credibile all’esterno se all’interno regna la confusione, quando non l’autolesionismo.
Prendiamo l’attualità italiana: la Corte d’Appello di Torino annulla l’ordine di espatrio dell’Imam Shain. Decisione legittima sul piano giuridico? Forse. Ma politicamente esplosiva.
E a quel punto le parole di Salvini, “i magistrati vogliono sostituirsi alla politica”, non sembrano più una boutade da comizio. Perché con la sicurezza non si gioca a ping-pong tra poteri dello Stato. La sicurezza non è né di destra né di sinistra: è il prerequisito della libertà.
L’assedio e il silenzio
C’è poi un’altra rimozione, ancora più grave.
L’assedio islamista all’Occidente è sotto gli occhi di tutti, ma viene raccontato come una somma di episodi scollegati. Il silenzio di una certa sinistra, più preoccupata delle parole che dei fatti, è un silenzio che uccide.
L’attacco a Israele non è “un capitolo del conflitto mediorientale”: è una shoah diffusa, ideologica, sistemica.
L’attentato in Australia? Terrorismo islamista. Dirlo non è razzismo, è alfabetizzazione politica. Ma media e opinione progressista preferiscono occultare la matrice, come se nominare il problema lo rendesse più grande. In realtà lo rende solo più invisibile. E quindi più pericoloso.
I cittadini hanno diritto a vivere sicuri. Non rassicurati, sicuri.
Prima il Paese, poi l’Europa
Se davvero vogliamo un’Europa protagonista, non ancella, non platea, non ONG armata, dobbiamo rifare il Paese.
Riforme serie, istituzioni responsabili, giustizia che non scivoli nella supplenza politica, politica che torni a decidere.
Poi, su queste basi, si costruiscano pure gli Stati Uniti d’Europa. Ma solidi, non sentimentali.
Perché l’Europa che vuole difendere Kiev deve prima saper difendere se stessa.
E l’Occidente che predica valori, senza proteggere i cittadini, finisce per perdere entrambi.
Il resto, come sempre, è retorica. E la retorica, a differenza dei missili, non fa deterrenza.
di Redazione



















