A Milano un milione e passa di “passaggi” al Pane Quotidiano, mentre la politica studia la solitudine e dimentica la fame. Il Paese della cucina stellata scopre l’antipasto dell’indigenza.
C’è un’immagine che vale più di mille convegni: due isolati di coda, al freddo, a Milano. Oltre quattrocento persone in attesa per quasi due ore, la vigilia di Natale, per un sacchetto di cibo e un piccolo dono ai bambini. Succede al Pane Quotidiano, dove la solidarietà non si racconta con le slide ma con i numeri: nel 2025, un milione e quattrocentocinquantamila passaggi. Non visite guidate, non turisti: passaggi di sopravvivenza.
Poi arrivano i dati Istat 2025, che hanno la delicatezza di una porta che sbatte: più di un quinto degli italiani a rischio di povertà; due milioni e duecentomila famiglie in povertà assoluta; un milione e trecentomila minori. È l’Italia che applaude gli chef e dimentica la dispensa. È il Paese dove la tavola è un culto e la fame una pratica.
In questo scenario, la politica fa ciò che sa fare meglio: studia. Studia molto. Studia tutto. Dalla solitudine degli anziani, materia nobile, per carità, ai progetti più vari, con fondazioni che sembrano galline dalle uova d’oro, finanziamenti pubblici che piovono da ministeri, regioni, enti, università. Si studia, si analizza, si convegna. Manca solo il dettaglio elementare: mangiare. Prima il triviale, poi il patologico. Prima lo stomaco, poi l’anima. Ma l’ordine, si sa, è una nozione reazionaria.
Intanto si discute di accoglienza, di risorse che non ci sono mai per chi è già qui e non bastano per chi arriva. “Si fa quel che si può”, si dice. Ed è vero: si può poco, soprattutto quando si preferisce molto parlare. Così il paradosso si compie: nel Paese primo al mondo per gastronomia, la povertà fa la fila. Non è una contraddizione: è un sistema. I poveri servono anche a questo, a rendere più saporita la comparazione. Senza, non si capirebbe il successo dei ricchi.
Natale, poi, è il momento ideale per le ipocrisie gentili: un pensiero ai bisognosi mentre si brinda, si affetta il panettone gourmet e si discute di canditi come di geopolitica. Con la dovuta attenzione, però: nel Torinese, un uomo di 47 anni muore soffocato dal panettone la vigilia. La cronaca, che non fa sconti, ricorda che persino l’abbondanza può uccidere, se distratta.
Finale
E così chiudiamo l’anno come lo abbiamo aperto: con le code che crescono, i fondi che studiano e le tavole che traboccano. L’Italia è un Paese dove si muore di fame davanti alle vetrine e si soffoca di dolci a Natale. Auguri di lunga vita a tutti, soprattutto al buon senso. E speriamo che, per una volta, non ci senta Zelensky.
Giuseppe Arnò



















