MIMMO LEONETTI ALL’ARA PACIS
“La via del Rito Scozzese Antico e Accettato 1778 italiano come dialogo fra fede e ragione”
Una riflessione sul dialogo interreligioso, sulla libertà di coscienza e sulla ricerca di valori condivisi a partire dal simbolo universale dell’Ara Pacis Augustae.
ROMA – Nell’ambito degli incontri dedicati al dialogo interreligioso e alla cultura dell’incontro, Mimmo Leonetti presenta il saggio “La via del Rito Scozzese Antico e Accettato 1778 italiano come dialogo fra fede e ragione”.
Prendendo spunto dall’Ara Pacis Augustae, l’altare della pace voluto da Augusto oltre duemila anni fa, il testo propone una riflessione sul rapporto tra fede e ragione e sulla possibilità di costruire spazi di confronto autentico tra persone portatrici di differenti visioni del mondo.
L’Ara Pacis rappresenta uno dei simboli più duraturi della convivenza civile: un luogo nato per celebrare la pace come frutto dell’ordine, della concordia e del riconoscimento reciproco. Da questa immagine prende avvio una riflessione sul valore contemporaneo del dialogo e sul contributo che il Rito Scozzese Antico e Accettato del 1778, nella sua tradizione italiana, può offrire alla costruzione di una cultura dell’ascolto e del rispetto.
«Fede senza ragione diventa fanatismo. Ragione senza fede diventa vuoto. Il simbolo costituisce il ponte tra questi due linguaggi, perché suggerisce senza imporre e invita alla ricerca senza pretendere di possedere la verità».
Il saggio sviluppa il tema della conoscenza come cammino graduale, nel quale la dimensione razionale e quella spirituale non si escludono, ma si completano reciprocamente. La tradizione simbolica del Rito viene così proposta come strumento di dialogo, capace di accogliere sensibilità, culture e convinzioni differenti nel rispetto della libertà di coscienza.
Particolare attenzione viene dedicata al valore del riconoscimento reciproco tra persone appartenenti a diverse tradizioni religiose, filosofiche e culturali. Non l’uniformità delle convinzioni, ma la condivisione di un metodo fondato sull’ascolto, sul rispetto e sulla ricerca sincera della verità.
L’Ara Pacis diventa così metafora di uno spazio aperto: un luogo in cui identità differenti possono convivere senza rinunciare alle proprie radici, trasformando la diversità in occasione di crescita comune.
TESTO DELL’INTERVENTO
L’Ara Pacis Augustae non celebra una vittoria militare. Celebra la fine di una guerra civile. Augusto comprese una verità semplice: la pace non si impone con le spade, ma si costruisce attraverso simboli che tutti possono riconoscere. Per questo l’altare è aperto, circondato da processioni di senatori, sacerdoti, madri e bambini. Ruoli diversi, esperienze diverse, un medesimo spazio condiviso.
Duemila anni dopo la domanda resta la stessa: come convivere quando le visioni del mondo sembrano inconciliabili?
Oggi il confronto non avviene più tra legioni, ma tra idee. Tra fede e ragione. Due linguaggi che troppo spesso si guardano con sospetto e si accusano reciprocamente di cecità.
Il Rito Scozzese Antico e Accettato del 1778 propone una possibile grammatica del dialogo. Il suo valore non risiede soltanto nella progressione dei gradi, ma soprattutto nel metodo che propone. Il rito parla attraverso i simboli: la squadra, il compasso, la luce, le colonne. Non impone definizioni; suggerisce percorsi.
Ed è proprio questa la sua forza.
La ragione cerca formule e dimostrazioni. La fede accoglie il mistero. Il simbolo occupa lo spazio intermedio: dice abbastanza per suscitare il pensiero e tace abbastanza per non soffocare la ricerca.
Nella tradizione italiana del Rito Scozzese si studiano filosofia, storia e scienza, ma si riflette anche sul significato del sacro. Non vi è contraddizione, bensì una tensione creativa che invita l’uomo a sviluppare integralmente le proprie facoltà.
La storia insegna che la fede priva della ragione può degenerare in fanatismo, mentre una ragione che esclude ogni dimensione spirituale rischia di smarrire il senso ultimo delle cose. Tommaso d’Aquino ricordava che la ragione non distrugge la fede, ma la prepara.
Anche il simbolismo del Rito richiama questa complementarità. La squadra rappresenta la misura, il rigore, il discernimento. Il compasso richiama l’orientamento verso un centro che trascende l’individuo. Separati, sono incompleti. Insieme, costruiscono equilibrio.
Il percorso iniziatico proposto dal Rito esprime la stessa idea. L’Apprendista lavora la pietra grezza: è il lavoro della conoscenza, della disciplina e della ragione. Il Maestro si confronta con il mistero della morte e della rinascita: è il momento della fiducia e della speranza. Tra questi due poli si sviluppa un cammino graduale, fatto di studio, esperienza e maturazione interiore.
Anche l’Ara Pacis sorgeva fuori dal pomerio, in uno spazio sacro ma aperto. Così dovrebbe essere il dialogo tra le diverse tradizioni spirituali e culturali: fermo nelle proprie convinzioni, ma disponibile all’incontro.
Il principio del riconoscimento reciproco non impone di condividere le stesse credenze. Chiede qualcosa di più semplice e, forse, più difficile: riconoscere nell’altro un cercatore sincero.
Non si tratta di uniformare le fedi, ma di condividere un atteggiamento. Ascolto, rispetto e ricerca della verità senza la pretesa di possederla interamente.
Le civiltà prosperano quando costruiscono ponti e si impoveriscono quando innalzano muri. La pace autentica non nasce dall’uniformità, ma dalla capacità di convivere nella differenza.
Il Rito Scozzese Antico e Accettato del 1778, nella sua tradizione italiana, può rappresentare una delle vie attraverso cui perseguire questo obiettivo. Non come religione sostitutiva, ma come disciplina del pensiero e del cuore; un metodo che invita a utilizzare la ragione per evitare l’errore e la dimensione spirituale per non smarrire il significato del cammino umano.
Forse questa è la vera via della pace evocata dall’Ara Pacis: non l’assenza del conflitto, ma la capacità di trasformarlo in occasione di costruzione comune.
Pietra dopo pietra.
Grado dopo grado.
Dialogo dopo dialogo.
Mimmo Leonetti