Dalla politica nostrana alle crisi globali: quando le unioni nascono per convenienza e finiscono per stanchezza, mentre il mondo cambia pagina senza chiedere permesso.
C’era una volta il matrimonio politico, quello solenne, ideologico, “finché morte non ci separi”. Oggi, più modestamente, ci si sposa per interesse e ci si lascia per incompatibilità caratteriale, che è il modo elegante per dire: non ci siamo mai capiti davvero.
La separazione tra il Generale Vannacci e la Lega rientra perfettamente nella casistica. Un’unione prevedibile quanto la sua fine. Era scritto nei registri dell’anagrafe politica: lui troppo ingombrante per essere digerito, loro troppo abituati a una dieta di partito per accettare corpi estranei. Un lungo viaggio di nozze, sì, ma senza futuro. I capoccioni leghisti lo sapevano: l’organismo, prima o poi, avrebbe rigettato l’elemento estraneo. Questione di fisiologia, non di ideologia.
E qui torna alla memoria Carosello, quello vero. Due gentiluomini impeccabili, Ernesto Calindri e Franco Volpi, che discutevano del mondo moderno con un bicchiere in mano e una sentenza pronta: sono tutte cose che non durano. E cantavano, con elegante rassegnazione, il jingle della China Martini:
“Oggigiorno tutto è una lusinga. Dura minga, dura no.”
Applicabile alla politica come all’amore, con l’aggravante che in politica ci si illude di meno ma si finge meglio.
Chi vivrà vedrà se la nuova avventura del Generale sarà coperta d’allori o se finirà come quella, altrettanto impetuosa e altrettanto solitaria, dell’avventuroso Fini. La destra intanto si rimescola, il governo osserva, la politica estera prende appunti. Tutto secondo copione.
Nel frattempo, a Torino si discute di guerriglia urbana e di facinorosi. La linea sembra chiara: provvedimenti duri, tutela della forza pubblica, severità amministrativa e legislativa. È il minimo sindacale di uno Stato che voglia ancora sembrare tale.
Più in là, molto più in là, Kiev continua a stare sotto le bombe. Ma non fa più notizia. Come se gli ucraini non sapessero più vivere senza bombardamenti, o come se il rumore delle esplosioni fosse diventato un sottofondo accettabile. Ubi maior… l’attenzione si sposta, la pietà pure. Si tratta ancora, sì, ma sotto le bombe: una modernissima forma di diplomazia.
Ora lo sguardo corre all’Iran e a Cuba. La tattica di Trump, piaccia o no, sembra funzionare: pressione, minaccia, trattativa. L’Iran parla di nucleare mentre l’Armada americana presidia il Golfo come un memento mori galleggiante. Si vedrà se serviranno i cannoni o basterà il loro rumore.
Cuba, rimasta senza il petrolio venezuelano e schiacciata dalle sanzioni, torna a Canossa. Chiede di trattare. Senza sussidi, l’ideologia dimagrisce in fretta. Le parole di Castro, “È necessario combattere senza mai rinunciare”, suonano lontane, quasi folcloristiche. “Hasta la victoria siempre” resiste solo nei murales scoloriti. Del resto, come ricordava Brecht con brutale lucidità, prima viene lo stomaco, poi la morale.
Cuba ha recitato la sua parte nella storia. Ora cambia pagina, non per convinzione ma per necessità. Come molti matrimoni, anche questo divorzio ideologico non nasce da un tradimento, ma dalla fame.
E la morale?
Che in politica, come nella vita, gli amori eterni durano una stagione, quelli d’interesse un po’ di più, ma nessuno è indissolubile. Il mondo va avanti a separazioni consensuali, a trattative sotto le bombe e a ideali che resistono finché c’è qualcosa da mettere in tavola. Il resto, come dicevano a Carosello, dura minga. E quasi mai dura davvero.
Giuseppe Arnò



















