Dal tariffario dei morti all’intermezzo comico, passando per la geopolitica a colpi di coscienza: cronaca di una specie che non resiste alla tentazione di complicarsi la vita.
C’è un vizio antico che l’umanità non riesce a togliersi: andare a cercare guai, possibilmente con metodo e, se possibile, con fattura. Pare che molti abbiano adottato il principio trumpiano per cui business is business, anche quando l’affare riguarda l’ultima e più definitiva delle merci: i morti.
A Teheran il listino è chiaro, senza sconti stagionali. Per restituire un corpo alle famiglie dei ragazzi uccisi si va dai 700 milioni di rial fino a un milione e mezzo: tra i 480 e i 1.700 dollari. Un prezzo che equivale a quasi cinque mesi di salario medio iraniano. Dodicimila vittime significherebbero oltre venti milioni di dollari. Con, pare, autorizzazione al funerale di massa inclusa. Un pacchetto completo, verrebbe da dire, se non fosse che qui il sarcasmo inciampa sul sangue.
La giustificazione ufficiale è di quelle che rassicurano le coscienze allenate: overdose, droghe, terroristi, nemici di Dio. Il repertorio è noto. L’Inquisizione, ribattezzata per l’occasione ordine pubblico, sembra funzionare egregiamente: ristabilisce la fede e ossigena le casse. Un miracolo amministrativo.
Sembra uno dei Racconti macabri di Edgar Allan Poe, con la differenza che lì l’orrore, proseguendo, si trasforma talvolta in ironia. Qui si parte dall’orrore e si arriva a qualcosa di peggio, che non fa nemmeno ridere. Donald Trump, nel frattempo, pratica la sua diplomazia preferita: carota e bastone. Ringrazia il regime per aver fermato ottocento esecuzioni, ma sposta la portaerei Lincoln verso la regione. A cosa si prepari non è dato sapere. Se però promissio boni viri obligatio est, non sarà una visita di cortesia con fiori e sorrisi.
C’è anche chi si propone per il dopo: Reza Pahlavi, figlio dello Scià deposto nel ’79. L’Unione Europea, fedele al suo ruolo, chiede lo stop alle condanne a morte. L’ayatollah Ahmad Khatami risponde promettendo esecuzioni per i manifestanti, definiti “maggiordomi di Netanyahu” e “soldati di Trump”. A questo punto verrebbe da invocare l’intervento divino; quello umano, come spesso accade, sembra arrivare tardi e male.
Per non soccombere del tutto all’orrore, ecco l’intermezzo leggero, quasi obbligatorio, come nei drammi classici:
Corto circuito olimpico. Boldi fa il Boldi, scherza su sport, figa e aperitivi, poi si scusa. Il Comitato Milano-Cortina gli toglie la fiaccola. Ma Boldi è Boldi, non è Thöni, e gli organizzatori lo sapevano. Pretendere sobrietà assoluta da chi campa di eccessi è come stupirsi se il fuoco scotta: gesto educativo, certo, ma tardivo.
Dal tragico al comico, e infine al serio.
Ad Hammamet si commemorano i ventisei anni dalla morte di Bettino Craxi. Il ministro Guido Crosetto rende omaggio “a uno statista” e tace. La figlia Stefania scopre una stele al padre. Qui il silenzio pesa più delle parole: è il segno che la storia, anche quando divide, prima o poi chiede rispetto, se non unanimità.
In chiusura, la Groenlandia resta un’incognita. Trump è imprevedibile e dalle sue decisioni potrebbe dipendere l’assetto geopolitico di mezzo mondo. Russia e Cina osservano, apparentemente immobili, ma nessuno dei due riposa su cuscini morbidi. Come ricordava John Wooden, “non c’è cuscino più morbido di una coscienza tranquilla”.
Ecco, appunto. Se c’è una cosa che l’umanità continua a dimostrare è che dormire sonni tranquilli non le interessa: preferisce restare sveglia, a contare i morti, fare tariffari e cercare nuovi guai. Poi si stupisce se al mattino si sveglia stanca e con la coscienza in disordine. Montanelli avrebbe sorriso amaro: il problema non è che non impariamo dalla storia, è che la usiamo come alibi per rifare gli stessi errori, con fattura sempre più salata.
di Redazione



















