L’Islam non vieta ai musulmani di vivere in uno Stato pluralista, anche se governato da una donna

Islam, convivenza e Costituzione
Il dibattito riaperto sui social offre l’occasione per chiarire il significato di alcuni hadith spesso citati fuori dal loro contesto storico.

Le fonti della tradizione islamica, lette nel loro contesto, non vietano ai fedeli di vivere in uno Stato non musulmano. In Italia è la Costituzione a garantire libertà religiosa, uguaglianza e convivenza civile.

Negli ultimi giorni è tornato al centro del dibattito pubblico il tema della compatibilità tra la presenza di cittadini musulmani in Italia e i principi della nostra società, soprattutto in relazione al fatto che il Paese sia guidato da una donna.

A riaccendere la discussione sono stati alcuni riferimenti a due hadith, tradizioni attribuite al Profeta Maometto. Il primo afferma che il Profeta si dichiarerebbe estraneo al musulmano che vive tra i politeisti; il secondo sostiene che «non avrà successo un popolo governato da una donna».

Si tratta di testi autenticamente presenti nella tradizione islamica, ma che la stessa esegesi musulmana ha sempre interpretato nel loro contesto storico. Il primo si riferisce alle circostanze del conflitto tra La Mecca e Medina nel VII secolo, mentre il secondo nasce in relazione alla successione al trono persiano della figlia del sovrano dell’epoca.

Né le principali scuole giuridiche islamiche, comprese quelle più rigorose, hanno mai considerato questi hadith come un divieto assoluto di vivere in uno Stato non musulmano, pluralista o guidato da una donna.

A conferma di questa interpretazione vi è un episodio fondamentale della storia islamica: lo stesso Profeta inviò i suoi primi seguaci a rifugiarsi in Abissinia, un regno cristiano, perché vi avrebbero trovato giustizia e protezione.

Nel contesto italiano, la questione assume inoltre una dimensione eminentemente costituzionale. Gli articoli 3, 8 e 19 della Costituzione garantiscono l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di religione, riconoscono la pari dignità delle confessioni religiose e tutelano la libertà di professare il proprio credo.

Ne consegue che i cittadini di fede musulmana che rispettano le leggi della Repubblica possono vivere, lavorare e contribuire alla vita della comunità in piena serenità, anche in una società caratterizzata dal pluralismo religioso e guidata da una donna.

È questo il fondamento della convivenza democratica italiana e il principio che, da sempre, caratterizza anche la Calabria: il rispetto della legge, delle libertà costituzionali e della pacifica convivenza tra persone di culture e fedi diverse.

di Mimmo Leonetti

 

 

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