L´immagine dell´Italia di Ninni Speranza

Draghi, gli assetti politici e il nodo irrisolto dell’Euro: una proposta per rimettere ordine

Immaginare un’Italia più chiara, più coerente e, magari, più protetta da chi conosce davvero i meccanismi del potere economico globale

 

Se oggi si dovesse disegnare un assetto partitico finalmente leggibile, capace di restituire agli italiani un’offerta politica coerente, la mappa potrebbe grosso modo dividersi in tre blocchi omogenei:

1) Area liberal-conservatrice (circa 50%)
FdI, FI, Lupi, Renzi, Calenda, Zaia, Fontana, con l’appoggio della CISL: un’alleanza moderata, europeista nei fatti, pragmatica negli intenti.

2) Area progressista-sindacale (circa 35%)
PD, AVS, CGIL, UIL: un fronte socialdemocratico che unisce partiti e rappresentanza dei lavoratori.

3) Area populista (circa 15%)
Salvini, Conte e vari rivoli antisistema: un bacino elettorale emotivo, ondulatorio, talvolta imprevedibile.

Tre blocchi, tre identità, tre Italie. Almeno, finalmente, si giocherebbe a carte scoperte.

Il nome che manca al Quirinale

In questo quadro, un auspicio sovrasta tutti gli altri: Mario Draghi al Quirinale.
Per una ragione semplice: tra coloro che condussero l’Italia nell’Euro con parametri svantaggiosi, Draghi è l’unico che abbia poi cercato,  realmente, di riparare ai danni, invece di rimestare giustificazioni come continuano a fare Prodi e i suoi devoti esegeti.

Quando l’Italia negoziò il suo ingresso nell’Eurozona, la regia fu affidata a Tommaso Padoa-Schioppa, che da Francoforte influenzò Prodi e Ciampi, entrambi impreparati sul terreno monetario. Padoa-Schioppa, proiettato verso le grandi istituzioni finanziarie europee in costruzione, si schierò come diligente esecutore della linea Delors–Bundesbank, contribuendo a modellare un’Europa basata su “stabilità senza crescita”: un paradiso per il Nord ricco, un cappio per il Sud produttivo.

Draghi, allora giovane economista vicino a Carli e Modigliani, fu nominato Direttore Generale del Tesoro con il compito di moderare le intemperanze creative di Giulio Tremonti. Era l’epoca delle grandi privatizzazioni, tutte, di fatto, in perdita.
Questo fu il suo errore, probabilmente dettato da due fattori: la scarsa forza politica dell’epoca e l’ambizione (legittima? inevitabile?) di accedere ai vertici del potere economico mondiale.

Ma una volta entrato nei “sancta sanctorum” del potere finanziario, BCE, FMI, Banca Mondiale, BEI, WTO, Draghi rivelò una statura diversa da quella che gli avevano cucito addosso: non più l’esecutore diligente, ma il protagonista capace di imprimere una direzione.

La prova?
La storica decisione di far acquistare alla BCE quasi 400 miliardi di titoli pubblici e privati (il Quantitative Easing) contro il volere dei tedeschi.
Se non fu un risarcimento morale per le privatizzazioni, poco ci manca.

Perché riuscì?
Perché conosceva, e conosce tuttora, molti dei segreti che avevano favorito Germania e Francia nella costruzione dell’Eurozona, a cominciare dal cambio penalizzante con cui fu fatto entrare il nostro Paese, giustificato da un “debito fuori controllo”.

Perché Draghi servirebbe ora

Draghi è oggi uno dei pochissimi europei (probabilmente l’unico italiano) considerati autorevoli e affidabili a livello mondiale.
È per questo che la sua presenza al Quirinale sarebbe cruciale: un garante capace di dare all’Italia una credibilità economica indispensabile nei tempi in cui viviamo.

Obiezione classica: “Ma non è eletto dal popolo!”
Una risposta, semplice e brutale: questo discorso valeva prima della globalizzazione.
Ora il mondo è nelle mani di cinque o sei organismi globali — una sorta di “ircocervi regolatori” — che influenzano economia, informazione, energia, clima, e dunque anche la politica reale.
Servono figure che conoscano i meccanismi e sappiano trattare da pari: Draghi è una di queste.

E se, come molti sostengono, l’Europa sta entrando nella stagione delle grandi competizioni geopolitiche, non sarebbe male avere al vertice dello Stato qualcuno in grado di parlare quella lingua.

Due domande (da trent’anni) senza risposta

Proprio in quei giorni in cui l’Italia si apprestava a ratificare il Trattato di Maastricht — e Bettino Craxi, quasi in solitudine, metteva in guardia il Parlamento su “un bagno di sangue sociale” che quel vincolo europeo avrebbe comportato per il Paese — accadde qualcosa che nessuno ha mai spiegato fino in fondo.

Il leader socialista, con toni lucidi e preveggenti, denunciava i rischi di un’Europa costruita più per compiacere le rigidità del Nord che per tutelare l’economia reale italiana. E proprio mentre quelle critiche cominciavano a trovare ascolto, improvvisamente, a Milano esplose l’offensiva giudiziaria che lo travolse.

In quelle stesse ore, il Presidente Scalfaro — dopo aver dato inizialmente l’impressione di voler firmare il decreto “salvaladri” che avrebbe portato un minimo di ordine in un sistema giudiziario fuori controllo — fece un’improvvisa giravolta di 180 gradi. Rifiutò la firma.
Lo fece dopo un “messaggio”, come allora si sussurrò nei corridoi delle istituzioni, giunto da Londra, Parigi o Francoforte: messaggio che ricordava quanto fosse “opportuno” che Craxi e le sue resistenze a Maastricht venissero neutralizzate.

Così, tra anticipi di Europa e pressioni non dette, l’Italia vide consumarsi uno dei suoi passaggi più drammatici: la ratifica avvenne, Craxi fu politicamente annientato, e il resto — purtroppo — lo conosciamo.

Conclusione

L’Italia ha spesso il vizio di non riconoscere i suoi talenti se non quando sono già volati altrove. Draghi, piaccia o no, è uno di quei rari italiani che quando entra in una stanza piena di potenti non deve togliersi il cappello: se lo tolgono gli altri.

Ninni Speranza

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