Libia, il grande reality del caos: e l’Europa fa da tappezzeria

Tra faide interne, potenze straniere che si spartiscono il bottino e un’Europa paralizzata dall’indifferenza, la Libia affonda nel caos mentre l’Italia si limita a fare il tifo da lontano. Un disastro annunciato, eredità diretta di scelte miopi e di un’Occidente che ha smesso di contare.

C’è chi guarda Netflix, chi preferisce Prime Video, e poi c’è l’Europa, che da tredici anni si gode una serie tragico-comica chiamata “Libia: cronache dal disastro”. Gli episodi sono sempre più cruenti, gli attori armati fino ai denti, e la trama – spoiler – non promette nessun lieto fine. Ma l’importante è che l’Unione Europea resti comoda, possibilmente con lo sguardo distratto, meglio ancora se affacciata al balcone.

Per carità, Gheddafi era un dittatore – non lo rimpiangiamo, figuriamoci – ma quantomeno lo spettacolo era più ordinato. Una regia unica, un solo copione, e niente guerre tra comparse. Poi, nel 2011, è arrivata la grande produzione: Francia, USA, un po’ d’Inghilterra, e vai con la guerra lampo. Il regista Sarkozy, il produttore Obama e la colonna sonora “Primavera Araba” hanno mandato in onda il crollo del regime, senza curarsi del finale. E così ci siamo ritrovati con uno Stato evaporato, bande armate al posto del parlamento e le tribune politiche sostituite dai check-point.

Nel vuoto lasciato dalla civiltà occidentale, sono arrivati puntuali gli avvoltoi. Russia e Turchia si sono spartite il set: Haftar sotto contratto con Mosca, Dbeibeh testimonial di Erdogan. Due potenze straniere che si comportano come se la Libia fosse roba loro – e, a dire il vero, ormai lo è. Nel frattempo, noi europei stiamo lì, a guardare. E ogni tanto, quando ci ricordiamo che il Mediterraneo non finisce a Lampedusa, organizziamo una bella conferenza a Ginevra. Con tanto di buffet.

Nel frattempo, Tripoli brucia. Misurata è un deposito di missili travestito da città. Sirte è un’avamposto russo. A Bengasi, ogni tanto, qualcuno si sveglia minacciando di chiudere i rubinetti del petrolio. E l’Italia? Beh, l’Italia ha l’Eni. Che resiste, come un eroe solitario in un western dove però nessuno arriva a salvarti. Abbiamo firmato accordi da 8 miliardi, è vero, ma senza una politica estera che si possa chiamare tale, è come piazzare un casinò in mezzo al Far West e sperare che non venga saccheggiato.

Nel 2025, mentre le cancellerie europee discutono su quante virgole mettere nei comunicati stampa, Wagner fa manovre militari, la Turchia piazza basi navali e i trafficanti di esseri umani fanno affari d’oro. La Libia è diventata il supermercato del caos: armi, milizie, petrolio, migranti. Tutto in offerta. Solo che la cassa la gestiscono altri.

Nel mezzo, i nostri vertici politici si limitano a esprimere preoccupazione, quella classica frase da salotto buono che non costa nulla e non impegna nessuno. Ma attenzione: questa preoccupazione strategica non va confusa con la volontà politica, che invece è un optional di cui da tempo abbiamo fatto a meno. Un po’ come i denti nella bocca del vecchio leone: si mugugna, ma non si morde più.

La verità, quella che dà fastidio dire, è che l’Occidente ha mollato. Abbiamo delegato tutto: la gestione del caos, le crisi migratorie, la sicurezza energetica. E quando ci accorgiamo che la Libia è terra di nessuno, ci sorprendiamo come se fosse piovuto dal cielo. Ma quel disastro è nostro. Nostro perché siamo stati noi, con le nostre crociate della democrazia e i nostri hashtag da salotto, a far saltare il banco. Solo che ora nessuno vuole raccogliere le fiches.

E allora sì, Massolo ha ragione: serve una sveglia. Ma serve soprattutto ammettere che l’epoca delle buone intenzioni senza palle (politiche, si intende) è finita. La Libia non è solo un problema libico. È un termometro geopolitico, ed è rotto. Ma invece di aggiustarlo, ci limitiamo a dire che “non segna più bene la febbre”.

In sintesi, mentre Ankara e Mosca giocano a Risiko sul nostro stesso pianerottolo, noi continuiamo a scrivere editoriali e fare vertici. Con un po’ di fortuna, tra una risoluzione ONU e l’altra, ci sarà ancora qualcosa da salvare. Ma se aspettiamo ancora, la Libia non sarà solo l’ennesimo fallimento: sarà la nostra pietra tombale nel Mediterraneo.

di Redazione


 

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