L’Europa tra frizioni, certificati e fine dell’ordine scontato

Dalle passioni referendarie ai venti di Monaco: il tempo delle scuse è finito, quello delle scelte è cominciato

C’è qualcosa di pedagogico nell’attualità di questi giorni: ci ricorda che nulla è scontato. Né i sondaggi, né le alleanze, né le virtù civili. Panta rei, dicevano i greci. E noi, più modestamente, lo scopriamo ogni mattina aprendo i giornali.

Sul fronte referendario, il magistrato Nicola Gratteri riesce nell’impresa di allontanare gli indecisi. Non è cosa da poco: in un Paese dove l’indecisione è spesso lo sport nazionale, scuoterla significa incidere. L’illustre giurista Antonio Baldassarre, 85 anni, curriculum che attraversa Consulta e Rai, lo stima ma osserva che forse, in questa occasione, “gli è slittata la frizione”. Traduzione elegante: la passione ha preso il volante. Noi continuiamo ad apprezzare Gratteri, ma le parole, specie se pubbliche, non sono coriandoli. E quando volano troppo in alto, qualcuno a destra ringrazia e incassa.

A Ravenna, intanto, alcuni medici sono indagati con l’ipotesi di aver “alleggerito” certificati per evitare l’ingresso di migranti irregolari nei CPR. Siamo alle ipotesi di reato, dunque molta prudenza. Ma la scena è già politica: una parte difende a spada tratta, l’altra grida allo scandalo organizzato. In mezzo resta una domanda semplice e scomoda: la legge è uno strumento elastico o una regola comune? Se diventa opzionale, la civiltà giuridica si trasforma in opinione.

Sul caso Moretti, con verifiche patrimoniali a Crans-Montana e richieste di chiarezza sugli immobili acquistati, non c’è spazio per ironie. Le vittime sono oltre quaranta, i lesionati pure. Qui il diritto deve essere chirurgico, non retorico. Le discrepanze, se esistono, vanno accertate; i risarcimenti, garantiti. La giustizia non è vendetta, ma nemmeno un labirinto per esperti.

E poi Monaco. Alla Conferenza sulla Sicurezza, il segretario di Stato americano Marco Rubio annuncia che il vecchio ordine è finito. L’era post-1945? Archiviata. Le alleanze? Da ripensare. Il cancelliere Friedrich Merz risponde con realismo: gli Stati Uniti non sono abbastanza potenti da agire da soli; l’Europa deve rafforzarsi, ma senza rompere con Washington. Tradotto: l’ombrello atlantico non è più automatico, e la pioggia non aspetta.

Siamo in un’epoca di rottura, non di transizione. L’autonomia economica e militare europea non è un vezzo intellettuale, ma una necessità strategica. Servono visione comune, valori condivisi, interessi chiariti. E soprattutto rapidità. Perché la storia non manda promemoria.

Tra una frizione e una frattura geopolitica, almeno lo sport ci consola: il medagliere cresce e, per qualche ora, ci ricorda che competere con disciplina produce risultati. Anche la premier Giorgia Meloni, intervenendo all’Assemblea dell’Unione Africana ad Addis Abeba, rivendica un’Italia rispettata e responsabile. Bene. La credibilità internazionale si costruisce così: presenza, continuità, affidabilità.

Resta il punto. Abbiamo più disgrazie che grazie. E accusare gli altri è sport antico quanto inutile. Epitteto lo aveva già spiegato meglio di noi: accusare sé stessi è l’inizio della comprensione; non accusare né sé né gli altri è saggezza.

L’Europa, se vuole rinascere, deve smettere di cercare colpevoli e cominciare a cercare soluzioni.

Perché reinventarsi non è un lusso: è l’unico modo per non diventare una nota a piè di pagina della storia. E la storia, si sa, non fa sconti,  neppure agli indecisi.

Giuseppe Arnò

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