Le pietre dell’insoddisfazione

Quando protestare diventa un mestiere e il cittadino, alla fine, non sa più per chi indignarsi

«Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre». Correva il 1967 quando Gian Pieretti e Ricky Gianco consegnavano a Sanremo, attraverso la voce di Pieretti e Antoine, una delle più fortunate fotografie musicali dell’eterno scontento italiano. Pietre arrivò ottava al Festival, ma la sua morale avrebbe meritato una classifica ben più duratura: qualunque cosa tu faccia, qualcuno troverà sempre un buon motivo per tirarti una pietra.

Sessant’anni dopo, le pietre sono ancora lì. Sono soltanto diventate più sofisticate: comunicati stampa, conferenze, talk-show, post sui social, titoli indignati e qualche indispensabile «vergogna!» da distribuire con generosità.

Il problema non è che si protesti. In democrazia, protestare è non soltanto lecito, ma indispensabile. Il problema nasce quando la protesta diventa la risposta automatica a qualunque cosa accada. Si può essere buoni e ricevere pietre; cattivi e ricevere pietre; fare una cosa giusta e ricevere pietre; farne una sbagliata e riceverne altre ancora. A quel punto non siamo più davanti alla critica: siamo davanti a una professione.

L’insoddisfazione, del resto, ha una sua nobile funzione. Come osserva Fabrizio Caramagna, il suo pregio è rompere gli equilibri; il difetto è che spesso non spiega come ricrearli. Ed è precisamente qui che comincia il problema della politica.

Prendiamo il bollo automobilistico. Il Consiglio dei ministri ha approvato per il 2027 l’esenzione per un veicolo di proprietà delle persone fisiche, entro determinati limiti di potenza, e per i motocicli secondo le condizioni previste dal provvedimento. Il Governo dichiara inoltre di voler rendere strutturale la misura con la prossima legge di bilancio.

Una buona notizia? Non necessariamente. Secondo alcuni, sarebbe soltanto una mossa pre-elettorale; secondo altri, una misura destinata a creare problemi di copertura o di bilancio. Sono obiezioni legittime, naturalmente. Ma sarebbe interessante, insieme alla pietra, vedere comparire anche il progetto alternativo: se non va bene così, come dovrebbe essere fatto?

Perché l’opposizione non nasce per dire soltanto «no». Nasce per dire: «No, e vi spiego perché. E soprattutto vi spiego che cosa farei al posto vostro».

Altrimenti il cittadino rimane lì, con il portafoglio in una mano e la pietra nell’altra, senza capire bene a chi dovrebbe consegnarla.

Anche sui carburanti la discussione segue spesso lo stesso copione. I prezzi restano pesanti — il 12 settembre la benzina self-service aveva raggiunto in media 2,10 euro al litro e il diesel 2,208 — ma il Corriere della Sera, citando dati dell’Osservatorio del ministero e dell’Adusbef, rilevava che l’aumento del diesel rispetto al periodo precedente la guerra era stato del 26%, contro il 30% medio nell’Unione europea.

Il dato non rende economico il pieno. Ci mancherebbe. Ma suggerisce almeno che la realtà è un po’ più complicata dello slogan.

E qui torniamo alle nostre pietre.

Il cittadino non pretende miracoli. Vorrebbe semplicemente che, accanto alla denuncia del problema, comparisse qualche soluzione. Vorrebbe sapere non soltanto quanto tutto faccia schifo, ma anche come dovrebbe essere fatto bene. Perché lamentarsi del maltempo è alla portata di tutti; costruire un tetto è un’altra faccenda.

La politica contemporanea sembra invece affezionata alla prima occupazione.

E così, lentamente, il cittadino si allontana. Non perché abbia improvvisamente scoperto una superiore filosofia politica, ma perché si è stancato del teatro. Destra, sinistra, centro: cambiano le etichette, cambiano i protagonisti, cambiano le accuse. Ma il copione conserva spesso una sorprendente fedeltà a se stesso.

Il cittadino ascolta, si indigna, aspetta, riascolta e alla fine cambia canale.

È forse questa la vera vittoria dell’insoddisfazione: non convince più nessuno, nemmeno chi dovrebbe beneficiarne.

E mentre la politica nazionale consuma energie nel combattimento quotidiano, il mondo continua tranquillamente a complicarsi. L’Europa discute con gli Stati Uniti, il Canada cerca nuovi spazi di cooperazione con l’Unione europea e Donald Trump minaccia conseguenze commerciali nel caso in cui l’avvicinamento venga considerato ostile. La geopolitica non aspetta che i nostri talk-show abbiano terminato la puntata.

Ma anche su questo terreno, inevitabilmente, arrivano le pietre.

Qualcuno propone una soluzione: è sbagliata. Qualcuno ne propone un’altra: è peggiore. Qualcuno non propone nulla: è incapace.

A questo punto viene quasi da domandarsi se il vero programma politico non sia diventato semplicemente quello di avere sempre qualcosa contro.

«Non c’è pace tra gli ulivi», verrebbe da dire, ricordando il film di Giuseppe De Santis. Solo che questa volta non c’è il pastore Francesco, né Antonio a portargli via il gregge e la fidanzata. Ci sono soltanto cittadini che vorrebbero vivere un po’ più tranquilli e una politica che continua a discutere su chi abbia il diritto di lanciare la prossima pietra.

E allora torna in mente Totò: «Ogni limite ha una pazienza».

Il cittadino, infatti, potrebbe averne raggiunto uno.

Non è diventato né di destra né di sinistra. Non è diventato improvvisamente qualunquista. È semplicemente stanco. Stanco delle promesse miracolose, delle indignazioni a comando, delle opposizioni a prescindere e, soprattutto, di una politica che troppo spesso confonde la demolizione dell’avversario con la costruzione del bene comune.

Forse è questa la ragione più seria del progressivo distacco dalle urne: non necessariamente l’indifferenza verso la politica, ma la crescente sfiducia nella sua capacità di offrire risposte.

E qui c’è un paradosso.

Quando tutti tirano pietre, alla fine nessuno costruisce la casa.

E forse il cittadino, stanco di riceverle, ha semplicemente deciso di togliersi dal mucchio.

Giuseppe Arnò

*

Foto by Canva remix

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