Le perle nascoste nel calice: quando l’Italia brinda senza clamore


Dal cuore della Calabria, l’Azienda Agricola Barone G.R. Macrì dimostra che non servono etichette blasonate per stupire. Ma un po’ di aiuto dal Ministero non guasterebbe…

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In Italia il vino non è una bevanda: è un modo di vivere, di raccontarsi, persino di sopportarsi meglio. È la linfa che scorre nei nostri borghi, tra colline e uliveti, nei pomeriggi assolati dove il tempo si misura a calici. Eppure, accanto ai nomi che sfilano ai saloni di Verona o Düsseldorf, c’è un esercito silenzioso di eccellenze che non hanno il clamore delle réclame, ma tutto il carattere della terra da cui nascono.

Tra queste, spicca come un grappolo d’oro l’Azienda Agricola Barone G.R. Macrì, che da Locri guarda lo Jonio con l’orgoglio discreto di chi non ha bisogno di urlare per farsi notare. Fondata nel 1991, la tenuta si estende per oltre 4 milioni e mezzo di metri quadri di pura Calabria: uliveti, agrumeti, vigneti e pascoli, un microcosmo agricolo dove l’innovazione convive con la tradizione.

Ma torniamo al vino, quello vero, che profuma di sole e di mare, di fatica e di festa. Il Centocamere Spumante, il Pozzello Bianco – Greco Bianco, nomi che sembrano usciti da una poesia bucolica, sono il fiore all’occhiello di questa azienda modello. Non mancano olio, formaggi e prodotti della tradizione locale, ma è il vino a rappresentare la firma d’autore del Barone Francesco Macrì: imprenditore meritevole, avanti coi tempi e con un’ironia che, si dice, regge bene anche dopo il secondo bicchiere.

E sì, caro Ministro Lollobrigida, lei che ha dichiarato “il vino è cultura” (e su questo le diamo ragione), non sarebbe male dare un’occhiata da quelle parti. Una visita tra i vigneti del Barone Macrì potrebbe farle scoprire che la cultura, in Italia, non è solo nei libri o nei musei, ma anche in una bottiglia che racconta la propria terra meglio di mille conferenze.

Certo, non vogliamo fare apologia dell’alcol. Il confine tra uso e abuso resta sacro come un rosso d’annata da non rovesciare. Ma riconoscere e sostenere le piccole realtà che lavorano con passione e senso di responsabilità è un dovere civile, prima ancora che economico.

Nel frattempo, i grandi eventi come Vinitaly, Prowein o i recenti appuntamenti in Messico con l’Istituto Grandi Marchi continuano a far brillare la bandiera del vino italiano nel mondo. Bene così. Ma sarebbe ancora più bello se a rappresentarci, accanto ai colossi del settore, ci fossero anche i nostri “piccoli giganti”,  quelli che sanno trasformare un grappolo in poesia e un sorso in memoria.

E allora brindiamo, con moderazione ma con orgoglio, a chi fa grande l’Italia lavorando in silenzio. Perché, come direbbe il vecchio Montanelli, di parole siamo pieni, ma di buoni vini, per fortuna, ancora di più

Giuseppe Arnò

Foto dal sito: https://www.baronemacri.it/prodotti/

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