Quando l’interesse personale diventa la bussola, persino Ippocrate potrebbe chiedere indicazioni
Il mondo, si dice, non è più quello di una volta. E forse non è soltanto una malinconica constatazione da conversazione tra amici. Basta osservare, con un minimo di attenzione, il modo in cui cambiano i rapporti fra individuo, dovere e responsabilità per accorgersi che qualcosa, lentamente, sembra essersi allentato.
Ognuno per sé e Dio per tutti. Con una piccola variante contemporanea: a Dio lasciamo volentieri il compito di occuparsi degli altri, mentre noi ci concentriamo sul nostro benessere. Del resto, anche l’egoismo psicologico offre una spiegazione apparentemente razionale: dietro ogni comportamento umano, persino quello che appare altruistico, potrebbe nascondersi un interesse personale. Una gratificazione, un senso di appagamento, l’autorealizzazione, la soddisfazione di aver fatto ciò che riteniamo giusto.
Una teoria rispettabile, naturalmente. Ma, se applicata senza misura, rischia di diventare un comodo lasciapassare: se ogni azione nasce da un interesse, allora tutto diventa interesse e, di conseguenza, quasi nulla merita più di essere chiamato dovere.
È proprio qui che la questione si fa interessante.
Una recente vicenda giudiziaria ha riportato l’attenzione su questo tema. Nell’ambito di un’inchiesta sono state effettuate perquisizioni in numerosi studi medici di diverse città italiane, in relazione all’ipotesi di certificazioni mediche non veritiere che, secondo quanto prospettato dagli investigatori, avrebbero potuto essere utilizzate per impedire o ostacolare la permanenza di cittadini stranieri nei Centri di permanenza per i rimpatri.
Ma fermiamoci qui.
Le indagini sono indagini, le ipotesi sono ipotesi e gli accertamenti giudiziari spettano alla magistratura. Una perquisizione non è una sentenza e un’attività investigativa non equivale all’accertamento di una responsabilità. Saranno gli organi competenti, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, a stabilire che cosa sia realmente accaduto.
Salvis juribus, dunque, e senza trasformare una notizia di cronaca in una condanna anticipata.
Ma proprio perché il fatto deve rimanere sul terreno che gli compete, possiamo permetterci di guardare oltre il fatto stesso. E domandarci che cosa accadrebbe se, in qualunque professione, il dovere venisse subordinato a una finalità estranea alla funzione che si è scelto di svolgere.
È qui che entra in scena l’etica.
Ippocrate, più di duemila anni fa, faceva promettere al medico di regolare la propria condotta per il bene del malato e di astenersi dal recare danno e offesa. Non era precisamente un contratto moderno, corredato da clausole, eccezioni e possibilità di interpretazione creativa. Era un impegno morale prima ancora che professionale.
Naturalmente nessuno pretende di trasferire nel XXI secolo, alla lettera, un giuramento nato nell’antichità. Ma il principio che lo sostiene conserva una sua disarmante attualità: chi esercita una professione alla quale la società affida una particolare responsabilità non dovrebbe dimenticare la natura di quella responsabilità nel momento in cui prende una decisione.
E questo non riguarda soltanto i medici.
Riguarda il magistrato, l’avvocato, il giornalista, il funzionario pubblico, l’insegnante e, in generale, chiunque eserciti una funzione nella quale la collettività ripone una quota di fiducia. Il problema nasce quando il dovere professionale rischia di diventare negoziabile e la coscienza viene chiamata a giustificare ciò che la convenienza suggerisce.
Non stiamo dicendo che l’essere umano debba essere un santo.
Anzi. Sarebbe pretendere troppo.
È perfettamente naturale che chi compie una buona azione possa trarne soddisfazione. L’altruismo assolutamente disinteressato è materia sulla quale filosofi e psicologi discutono da secoli. Ma esiste una differenza non proprio trascurabile tra provare soddisfazione nel compiere il proprio dovere e modificare il proprio dovere per ottenere soddisfazione.
Nel primo caso l’interesse personale accompagna l’etica.
Nel secondo, rischia di sostituirla.
Ed è questo il punto.
Perché quando una società comincia a considerare ogni comportamento soltanto in funzione dell’utilità individuale, anche il concetto di responsabilità perde progressivamente consistenza. Il dovere diventa opinabile, la regola diventa elastica, il principio viene sottoposto alla convenienza.
E alla fine può accadere qualcosa di assai curioso: non è più la coscienza a giudicare le nostre azioni, ma sono le nostre azioni a cercarsi una coscienza su misura.
Una sorta di sartoria morale, nella quale ciascuno può ordinare il proprio principio con le misure che preferisce.
A quel punto persino Apollo potrebbe avere qualche perplessità. E Ippocrate, affacciandosi dopo più di duemila anni, potrebbe domandare se nel frattempo qualcuno abbia aggiunto al suo giuramento una postilla che lui, evidentemente, aveva dimenticato di firmare.
La questione, allora, non è di destra o di sinistra. Non è favorevole o contraria ai rimpatri. Non riguarda italiani o stranieri. E neppure pretende di esprimere giudizi su persone coinvolte in un procedimento ancora da definire e non colpevoli sino a che non sia provato il contrario.
Riguarda qualcosa di molto più generale: che cosa rimane di una professione, di un incarico e persino della convivenza civile quando il proprio interesse diventa il criterio ultimo delle decisioni?
L’etica serve, in fondo, proprio a ricordarci che non tutto ciò che possiamo fare è anche ciò che dovremmo fare.
E forse la sua crisi non comincia quando qualcuno compie una grande trasgressione. Comincia molto prima, quando lentamente ci abituiamo a considerare normale che ogni principio possa essere adattato alle circostanze, purché la circostanza ci faccia comodo.
Siamo davvero arrivati all’agonia dell’etica?
Forse no. Ma qualche linea del tracciato merita di essere osservata con attenzione.
Jorge Luis Borges, con il suo consueto disincanto condito da una sorprendente fiducia nell’uomo, immaginava persino che l’etica potesse essere una scienza scomparsa dal mondo. Poi aggiungeva, con un piccolo soffio di ottimismo: «Non fa niente, dovremo inventarla un’altra volta».
Speriamo che non sia necessario.
E soprattutto speriamo che, quando verrà il momento, non si debba ristampare il Giuramento di Ippocrate con una nuova clausola finale:
«Secondo convenienza, salve diverse esigenze personali».
Giuseppe Arnò
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Foto Canva remix