Tra richieste d’arresto, sanzioni ai giudici e condanne simboliche, la Corte Penale Internazionale rischia di assomigliare più a un teatro diplomatico che a un autentico tribunale.
La Turchia chiede all’Interpol un mandato di cattura internazionale per Benjamin Netanyahu nell’ambito della vicenda della Global Sumud Flotilla. La notizia, rilanciata dalle agenzie, si aggiunge a un elenco ormai sterminato di mandati, richieste, ricorsi e controffensive che sembrano scandire la cronaca internazionale con la regolarità di un bollettino meteorologico.
Non è la prima volta. Nel marzo 2023 la Corte Penale Internazionale emise un mandato d’arresto nei confronti di Vladimir Putin e della commissaria russa Maria Lvova-Belova. Successivamente sono arrivati i procedimenti riguardanti i vertici israeliani. La Corte ricorda agli Stati aderenti allo Statuto di Roma il dovere di eseguire tali mandati, ma la realtà è assai meno lineare della teoria.
Infatti, quando uno Stato decide di ignorare l’obbligo, il massimo che può accadere è un deferimento all’Assemblea degli Stati Parte, il cui arsenale sanzionatorio si riduce, nella sostanza, a una severa ramanzina. Lo dimostrò il caso dell’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, che per anni viaggiò in diversi Paesi aderenti senza che nessuno si affrettasse ad accompagnarlo davanti ai giudici dell’Aja.
Come se non bastasse, entrano in scena anche le grandi potenze. Gli Stati Uniti, che non aderiscono alla Corte, hanno reagito duramente ai procedimenti riguardanti Israele. Donald Trump ha disposto sanzioni contro la presidente della Corte, la giudice giapponese Tomoko Akane, tornando anche a contestare la vecchia inchiesta sull’Afghanistan. Così il paradosso raggiunge livelli quasi letterari: giudici che emettono mandati, governi che ignorano i mandati e altri governi che sanzionano i giudici.
Il cittadino comune, osservando questo spettacolo, fatica a orientarsi. Ogni settimana sembra nascere un nuovo mandato internazionale destinato, il più delle volte, a restare chiuso in un cassetto. Nel frattempo, i criminali comuni continuano spesso a sfuggire alla giustizia con ben maggiore disinvoltura.
A questo punto una domanda, naturalmente ironica, sorge spontanea. Se un’istituzione produce una quantità crescente di provvedimenti che nessuno esegue, non rischia forse di trasformarsi in un elegante archivio di carta bollata? Viene quasi da proporre, con il garbo che si deve alle grandi istituzioni, una lunga chiusura per ferie: rigorosamente non retribuite e a tempo indeterminato. Sarebbe almeno una forma di spending review internazionale.
Il sorriso, però, non deve far dimenticare la sostanza. La giustizia internazionale è un’esigenza reale e civile. Ma una giustizia che non riesce a far rispettare le proprie decisioni finisce inevitabilmente per perdere autorevolezza. E quando l’autorevolezza si affievolisce, il rischio è che i tribunali diventino palcoscenici diplomatici anziché strumenti di diritto.
Secondo dati più volte richiamati nel dibattito pubblico, la Corte Penale Internazionale, operativa dal 2002, ha pronunciato un numero assai limitato di condanne definitive rispetto alle aspettative iniziali, mentre i costi di funzionamento restano elevati. È comprensibile, quindi, che il contribuente si domandi se il rapporto tra risultati e risorse impiegate sia davvero soddisfacente.
Confucio osservava che «la mente dell’uomo superiore ha familiarità con la giustizia; la mente dell’uomo mediocre ha familiarità con il guadagno». Forse il vecchio filosofo cinese non immaginava le complesse architetture del diritto internazionale contemporaneo. Ma probabilmente sorriderebbe anche lui davanti a un sistema nel quale tutti emettono mandati contro tutti, purché nessuno abbia poi la sgradevole incombenza di eseguirli.
Forse la Corte Penale Internazionale non va chiusa. Sarebbe una misura drastica. Potrebbe però essere trasferita al Ministero delle Buone Intenzioni. Lì, almeno, gli insuccessi passerebbero per coerenza amministrativa.
Giuseppe Arnò
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