La geografia delle illusioni

Destra, sinistra e centro sono coordinate nate tra gli scranni di un Parlamento. Oggi, troppo spesso, sono diventate bandiere che dividono invece di servire il bene comune.

La vittoria dell’AfD in Sassonia è stata raccontata come se avesse annunciato un nuovo 79 d.C., quando il Vesuvio cancellò Pompei, Ercolano e Stabia. Improvvisamente si sono moltiplicate analisi, allarmi, profezie e scenari apocalittici. Si è aperta la gara a stabilire chi sia più a destra di chi, quale formazione possa essere definita “estrema” e quale soltanto “radicale”. I media hanno trovato nuovo pane per i loro denti: ogni supposizione diventa una chiave interpretativa, ogni congettura una verità possibile. C’è la lunga mano di Mosca, la guerra ibrida di Pechino, il Mossad, i poteri occulti e qualsiasi altra suggestione che possa alimentare il dibattito. La giostra gira veloce e i talk show prosperano, offrendo al pubblico ciò che spesso non c’è, ma che è sempre interessante immaginare.

La realtà, tuttavia, è assai meno romanzesca. Gli elettori della Sassonia hanno semplicemente deciso di voltare pagina, ridimensionando la CDU e affidando la propria fiducia all’AfD. Che quella scelta sia condivisibile o meno è materia di legittimo confronto politico; trasformarla nell’anticamera dell’Apocalisse appartiene più alla narrazione che ai fatti.

Vale allora la pena fare un passo indietro e ricordare da dove provengano le categorie di destra, sinistra e centro. Nella Francia della Restaurazione, i sostenitori dell’Ancien Régime sedevano alla destra del presidente dell’Assemblea, mentre alla sinistra prendevano posto coloro che intendevano proseguire il cammino aperto dalla Rivoluzione. Il centro, inizialmente guardato con una certa ironia perché ritenuto il rifugio degli indecisi, finì con il tempo per essere rivalutato come luogo dell’equilibrio. Del resto, il vecchio adagio latino continua a conservare una sua forza evocativa: in medio stat virtus.

Queste definizioni, dunque, non sono categorie eterne né marchi di fabbrica immutabili. Sono coordinate nate da una disposizione logistica dell’aula parlamentare e, come tutte le convenzioni politiche, hanno cambiato significato con il mutare della storia. Le idee si spostano, le priorità cambiano, i partiti si trasformano, si fondono, si dividono e spesso finiscono per sostenere oggi ciò che ieri avrebbero combattuto.

Eppure continuiamo a ragionare come se destra, sinistra e centro fossero identità immutabili. È una semplificazione comoda, utile soprattutto ad alimentare le rispettive tifoserie. Più che cittadini, diventiamo sostenitori; più che confrontarci sulle soluzioni, facciamo il tifo per una maglia. Roberto Gervaso osservava con il suo consueto sarcasmo che «la politica è l’arte d’impedire agli avversari di fare la loro». Una battuta che continua a conservare un fondo di verità.

Forse bisognerebbe recuperare una politica fondata prima di tutto sull’etica pubblica. Ekkehart Krippendorff lo suggeriva con convinzione: liberare la politica dalla sua permanente vocazione al conflitto e restituirla al servizio della comunità. Per riuscirci servirebbero modelli non di parte, ma di statura universale: Socrate, con la sua incessante autocritica morale; Goethe, che da ministro a Weimar preferì ridurre l’esercito piuttosto che celebrarne la forza; Mozart, nelle cui partiture gli strumenti dialogano senza che uno domini sull’altro, quasi a rendere udibile una società fondata sulla libertà e sulla cooperazione.

Forse stiamo fantasticando anche noi. Del resto, immaginare una politica che persegua esclusivamente il bene comune e non il proprio rendiconto personale assomiglia sempre più a un esercizio di utopia. Ma tutte le idee migliori sono nate come utopie.

Chissà, magari un giorno la politica smetterà di chiedere ai cittadini di scegliere una curva e ricomincerà a chiedere loro di costruire una casa comune. È un sogno, certo. Ma rinunciare ai sogni significa lasciare il monopolio della fantasia alla propaganda. E questo, probabilmente, non farebbe sorridere nemmeno Montanelli.

Giuseppe Arnò

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Foto: archivio lagazzetta-online.com

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