La finestra su Roma

Se la vera Halloween si trasferisce nelle nostre piazze
Tra consumismo d’oltreoceano, tutele costituzionali e il rischio di strumentalizzazioni elettorali

di Bruno Fulco

Il ripristino dell’ora solare segna lo scatto mentale di tutti i romani, che dopo la splendida ottobrata che quest’anno ha omaggiato residenti e turisti concedendo insperati fine settimana al mare e all’aria aperta, si preparano ad accogliere l’oscurità delle giornate più corte. Anche il meteo sembra essersi prontamente adeguato alla nuova situazione proponendo un brusco calo delle temperature e là dove appena qualche giorno fa nelle ore centrali della giornata si stava ancora a maniche corte, cominciano ad apparire giubbotti e piumini.

Nei supermercati, intanto, il ritmo delle stagioni è scandito dall’accavallarsi di prodotti dedicati ai diversi eventi in calendario, ormai troppi per essere goduti sia a livello gastronomico che come partecipazione alle varie ricorrenze. Capita così che sugli scaffali sgomitino i prodotti dedicati ad Halloween e quelli tipici del Natale. Già, Halloween: una ricorrenza importata e di matrice prettamente commerciale, che genera grandi fatturati ma rischia di svuotare di significato le nostre tradizioni. È un discorso sicuramente già affrontato, che forse non vale più la pena di riproporre nei medesimi termini; la riflessione da fare è però un’altra: è corretto rischiare di opacizzare le nostre festività a favore di modelli culturali orientati principalmente al consumo globale? Il nostro calendario prevede da sempre la solenne commemorazione dei defunti, ma la versione d’oltreoceano si sta dimostrando commercialmente più pervasiva, diventando uno strumento ideale per chi analizza e orienta le tendenze e i consumi delle masse.

Ci si interroga, dunque, su dove ci stia portando questo percorso e su cosa si rischi di sacrificare lungo il cammino. L’apertura verso l’esterno e l’accoglienza di altre culture sono valori importanti, ma non dovrebbero tradursi nell’indebolimento della nostra identità o nell’accettazione acritica di mode superficiali. Il risultato di queste tendenze globalizzanti si palesa ormai da anni, generando in una parte della cittadinanza la complessa sensazione di una progressiva perdita di punti di riferimento nel proprio contesto quotidiano.

Nelle istituzioni scolastiche, ad esempio, i percorsi di integrazione richiederebbero un equilibrio che talvolta appare sbilanciato. Si assiste a un dibattito acceso sulla rimozione del crocifisso dalle aule in nome di una rigida interpretazione della laicità, mentre contemporaneamente emergono richieste di rimodulazione dei calendari scolastici in funzione di ricorrenze religiose esterne, come il Ramadan. Allo stesso modo, appare contraddittorio limitare l’uso di carne di maiale nelle mense scolastiche, persino in territori in cui la filiera dei salumi rappresenta un’eccellenza agroalimentare globale e un elemento storico della tradizione contadina, come nel caso del Friuli-Venezia Giulia.

Certe istanze volte a introdurre deroghe strutturali al nostro sistema giuridico e culturale sollevano forti perplessità, in particolare quando si configurano come richieste di corsie preferenziali o di eccezioni normative. È emblematico il dibattito emerso in merito alla proposta di istituire modelli di arbitrato o mediazione basati sulla Shari’a per la gestione di controversie familiari o di stato civile. Si tratta di tentativi che pongono complessi nodi di compatibilità costituzionale, specialmente per quanto attiene ai principi inderogabili di uguaglianza dei cittadini, tutela della donna e divieto di pratiche lesive della dignità della persona.

Spesso, inoltre, si percepiscono asimmetrie nell’applicazione dei regolamenti e delle norme di pubblica sicurezza. A titolo di esperienza personale, tempo fa sono stato oggetto di un doveroso e legittimo controllo da parte della Digos, con relativa richiesta di documenti, per il solo fatto di non aver ancora rimosso il casco e gli occhiali da sole dopo essere sceso dallo scooter di fronte a uno sportello bancario. Un rigore sacrosanto a tutela della sicurezza pubblica, che tuttavia contrasta con la percepita tolleranza verso la sistematica violazione delle norme sulla riconoscibilità in spazi pubblici da parte di terzi, o con l’accesso a misure di welfare che talvolta appaiono slegate da un effettivo percorso di contribuzione, mentre ampie fasce di cittadini restano gravate da una forte pressione fiscale e da vincoli burocratici.

A questo quadro si aggiungono i gravi episodi di cronaca legati a fenomeni di illegalità interna, volti a eludere le norme sull’immigrazione, mentre, sul piano giudiziario, destano dibattito quegli orientamenti giurisprudenziali che talvolta appaiono di difficile comprensione per l’opinione pubblica, specialmente quando non dispongono l’allontanamento dal territorio per soggetti responsabili di reati gravi o di disordini stradali.

I recenti e gravi disordini di Milano si inseriscono in una scia di tensioni sociali che sta interessando diverse metropoli europee. Eppure, una parte del dibattito pubblico sembra concentrarsi sulla ricerca di attenuanti sociali, nel tentativo di derubricare atti di vandalismo e danneggiamenti alle attività commerciali a mere manifestazioni di disagio. Si assiste così a una sorta di alterazione valoriale, dove la rivendicazione dei diritti rischia di mettere in ombra il rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale richiesti dalla nostra Costituzione. Una dinamica che coinvolge anche le fasce giovanili, talvolta distanti dai valori del sacrificio e attratte da stili di vita esasperati proposti da certi trend musicali e commerciali.

Si tratta di contesti complessi, che rischiano di essere strumentalizzati da forze politiche interessate a intercettare nuovi bacini elettorali in vista delle prossime scadenze nelle urne, all’interno di strategie programmatiche che talvolta appaiono più orientate al calcolo numerico che a una reale visione d’insieme. In questo scenario, le tradizionali priorità legate ai diritti civili e ai movimenti per l’uguaglianza di genere sembrano talvolta passare in secondo piano rispetto alla ricerca del consenso tra le nuove componenti demografiche.

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