Tra Tarzan, le leggi e la civiltà che non sa più dove finisce la libertà
Se la storia non fosse così seriamente tragica, verrebbe davvero da canticchiare Claudio Villa: «Vieni, c’è una strada nel bosco…». Ed è proprio lì, nel bosco, che Nathan Trevallion e Catherine Birmingham hanno deciso di portare la loro idea di famiglia: tre figli, una capanna, gli alberi come confine e la civiltà tenuta a debita distanza, come un parente invadente alle feste comandate.
Una storia che ha diviso l’Italia, come accade ogni volta che qualcuno prova a vivere fuori dal recinto. C’è chi applaude all’atto di ribellione romantica, chi invoca l’intervento dello Stato con l’aria di chi chiama i carabinieri perché il vicino ascolta Mozart dopo le dieci. In mezzo, come sempre, resta la famiglia: parola che scalda i comizi e raffredda i tribunali.
L’immagine è potente. Vengono in mente Tarzan e Jane, ma senza la colonna sonora hollywoodiana e con qualche vaccino in meno. Un ritorno alla natura che affascina una società stanca di semafori, schermi e regolamenti condominiali. Una scelta che nasce, almeno nelle intenzioni, dal desiderio di proteggere i figli dai pericoli della civiltà, o, più precisamente, dell’inciviltà contemporanea: l’iperconnessione, la scuola ridotta a parcheggio, l’infanzia trasformata in anticamera dell’ansia adulta.
Da questo punto di vista, la famiglia nel bosco merita comprensione, se non un certo rispetto. Perché difendere la famiglia significa anche riconoscerle il diritto di interrogarsi su come crescere i propri figli, senza consegnarli automaticamente al nastro trasportatore del “così fan tutti”.
Ma qui arrivano le riserve, che non sono poche né marginali. Vivere in un Paese libero non significa poter vivere come si vuole, bensì come la legge consente. La libertà assoluta esiste solo nei romanzi, e spesso finisce male anche lì. I figli non sono una proprietà privata né un esperimento antropologico: sono cittadini in divenire, titolari di diritti che lo Stato, piaccia o no, è chiamato a tutelare.
Ed ecco che la macchina della giustizia, poco poetica e molto concreta, entra nel bosco senza chiedere permesso. Separa i figli dai genitori, non per cattiveria ma per principio. Perché quando l’utopia diventa isolamento, e l’educazione rischia di trasformarsi in sottrazione, lo Stato smette di essere spettatore e diventa protagonista, con tutta la sua goffa, inevitabile pesantezza.
Il dramma, come spesso accade, non è scegliere tra famiglia e Stato, ma accettare che nessuno dei due possa fare a meno dell’altro. Una famiglia senza regole diventa un’isola. Uno Stato senza famiglie diventa un ufficio.
E allora, mentre il bosco torna silenzioso e la canzone si interrompe sul più bello, resta una certezza poco romantica ma necessaria: la libertà è una cosa seria, e proprio per questo non vive bene da sola. Come la famiglia. E come il bosco, che senza sentieri è solo un intrico di alberi dove prima o poi ci si perde, anche in buona fede.
Giuseppe Arnò



















