La bombetta della pace

Il paradosso del nostro tempo: tutti dichiarano di volere il disarmo, ma nessuno si fida abbastanza da disarmare per primo. Così la deterrenza continua a vincere sulla diplomazia.

di Giuseppe Arnò

C’è una notizia che, anche quando nasce come indiscrezione o provocazione, costringe a riflettere più di cento comunicati ufficiali: l’Ucraina starebbe valutando la possibilità di dotarsi di un’arma nucleare. Vero? Falso? Poco importa. Il solo fatto che l’ipotesi venga presa sul serio racconta meglio di qualsiasi analisi lo stato di salute della geopolitica mondiale.

D’altronde, dopo oltre quattro anni di guerra, l’Europa comincia a chiedersi se sia davvero disposta a convivere con un conflitto senza fine. La storia insegna che la Guerra dei Trent’anni fu una tragedia irripetibile. O almeno così speravamo. Oggi nessuno ha voglia di assistere alla versione aggiornata, con droni, missili ipersonici e conferenze stampa quotidiane.

E allora ecco riaffacciarsi il vecchio ragionamento, cinico quanto disarmante: la bomba atomica, paradossalmente, servirebbe a evitare la guerra.

È una tesi che fa rabbrividire, ma è difficile negare che la deterrenza abbia finora funzionato tra le grandi potenze. L’arma nucleare non rende più buoni; rende soltanto più prudenti. Si calcola infatti che solo un mezzo matto potrebbe davvero decidere di usarla.

Che poi di matti in circolazione non ne manchino, è un altro discorso.

In questo mondo, come si dice con amara ironia, bisogna essere un po’ pazzi. Altrimenti si rischia d’impazzire davvero.

Goethe osservava che “i pazzi e gli intelligenti sono ugualmente innocui; i mezzi matti e i mezzi saggi sono invece i più pericolosi.” Ed è proprio per tenere a bada quei “mezzi matti” che gli arsenali continuano a riempirsi.

I numeri parlano chiaro. Mentre ogni 26 settembre si celebra la Giornata mondiale per l’eliminazione totale delle armi nucleari e gli esperti rilanciano l’importanza del Trattato di non proliferazione, le spese militari destinate agli arsenali atomici continuano ad aumentare. Tutti invocano il disarmo universale, purché cominci il vicino.

Il risultato è un gigantesco gioco dell’oca nucleare. Tutti dichiarano di voler arrivare alla casella “pace”, ma nessuno è disposto a lasciare il dado all’avversario.

Qualcuno potrebbe allora proporre, con logica degna del teatro dell’assurdo, una soluzione semplicissima: diamo una bomba atomica a ogni Stato e nessuno farà più la guerra.

Naturalmente sarebbe la più colossale delle follie.

Ma il paradosso resta lì, inchiodato ai fatti. Chi possiede l’atomica difficilmente viene aggredito; chi non la possiede vive con il timore di chi ce l’ha. E, nello stesso tempo, proprio coloro che dispongono dell’ombrello nucleare non consentiranno facilmente che altri entrino nello stesso club.

Ecco il grande cortocircuito della politica internazionale. Chi ha la bomba predica il disarmo. Chi non ce l’ha invoca garanzie. Intanto gli arsenali crescono e le guerre non finiscono.

La vera soluzione sarebbe una sola: un disarmo simultaneo, verificabile e universale. Ma richiederebbe quella merce rarissima che la diplomazia produce in quantità omeopatiche: la fiducia reciproca.

Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso così:

“L’umanità continua a proclamare che le armi nucleari sono il male assoluto. Poi però si divide in due categorie: quelli che le possiedono e spiegano agli altri perché non debbano averle, e quelli che non le possiedono e passano la vita a sperare che i primi restino sempre di buon umore. Non è la pace. È semplicemente un equilibrio della paura con il vestito buono della diplomazia.”

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Foto by Canva remix

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