Italia, promossa con riserva


Dal deficit che dimagrisce ai ponti che ingrassano: storia semiseria di un Paese che ce la fa… quasi.


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Non sarà proprio la notizia che fa sobbalzare il lettore dalla sedia, ma è pur sempre un raggio di sole nel grigio del quotidiano: «Italia verso la fine della procedura di infrazione». Bruxelles dà un buffetto affettuoso al governo Meloni, confermando che Pil, inflazione e deficit procedono composti come studenti alle scuole medie il giorno della visita ispettiva. Per chiudere definitivamente la faccenda si attende aprile e i numeri Eurostat: serve quel benedetto 3% nel rapporto deficit/Pil, soglia mitologica come l’araba fenice.

Certo, la gioia sarebbe più piena se il Paese non avesse dovuto salutare, proprio in questi giorni, le gemelle Kessler, ultime icone di un’Italia che ballava più leggera, e se la Corte dei Conti non avesse aggiunto un altro capitolo alla faticosa saga del Ponte sullo Stretto. Il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo? Rimandato. Le motivazioni? Tra trenta giorni, che ormai sono il tempo standard per tutto: dai referti medici alle promesse elettorali.

E qui, più che l’ingegnere, entra in gioco il filosofo: si spera davvero che la giustizia contabile agisca “nell’interesse della collettività”, con valutazioni sobrie, oggettive e soprattutto disinteressate. Se poi così non fosse, ipotesi remota, per carità,  i lavori del ponte andrebbero avanti lo stesso, ma rischierebbe di franare un altro ponte, quello tra il cittadino e la fiducia nelle istituzioni. E come diceva il buon Giulio Andreotti: “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.

Fin qui casa nostra.
Ma allargando l’obiettivo, lo spettacolo non migliora.

In Europa, alla parola “cento” uno pensa a un compleanno, ai brindisi, ai “cento di questi giorni”. Invece no: Parigi promette cento Rafale per Kyiv. E il Regno Unito si accoda, spingendo per una coalizione che garantirà la sicurezza ucraina anche nel dopoguerra. Dall’altra parte dell’emisfero, gli Stati Uniti strizzano l’occhio a Seul sui sottomarini nucleari: un modo gentile per ricordare alla Cina che l’Indo-Pacifico non è un lago privato. La Corea del Sud rilancia, sostenendo che le nuove capacità servono a contrastare la Corea del Nord, che, non c’è bisogno di dirlo, avrebbe già costruito il suo primo sottomarino nucleare la scorsa primavera.

Per non deludere il Paese che ci ospita, ecco una nota locale ma non troppo: firmato un memorandum sulla protezione civile tra il Trentino e lo Stato brasiliano di Santa Catarina. Non salverà il mondo, ma almeno qualcuno prova ancora a collaborare senza mostrare i muscoli.

Poi c’è il Sudan, dove si continua a morire non di caldo, ma di proiettili. Chiese e moschee diventano colabrodo, vite e famiglie pure. Ma il tutto finisce in fondo ai giornali: una riga, un trafiletto, giusto per sistemare la coscienza del redattore e non turbare troppo il lettore.

Il resto è un susseguirsi di riarmi, strategie, alleanze, contralleanze. Un mondo che sembra allenarsi non alla pace, ma alla palestra militare.

Per fortuna, non tutto ciò che vola è un Rafale.
Ed ecco finalmente una buona notizia: in Transilvania, proprio lì, nella patria di Dracula, si celebra la grande tradizione gastronomica italiana grazie a un evento del Comites Romania. Niente missili, niente sommergibili: solo piatti fumanti e persone che si siedono a tavola invece che ai tavoli negoziali.

E allora sì, almeno per una volta, si mangia. E bene.

Come direbbe Montanelli: in un mondo dove tutti preparano la guerra, noi almeno sappiamo ancora preparare una buona pasta. E non è poco.

Giuseppe Arnò

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