Tra presidenti terminator, rivoluzioni diplomatiche e fedeli creduloni, il mondo sembra aver smarrito il libretto delle istruzioni
O siamo noi che abbiamo perso qualche rotella o il mondo è entrato in uno stato di paranoia collettiva senza neppure rendersene conto? A giudicare da quanto accade, le ipotesi sono entrambe plausibili. Ogni giorno ne spunta una nuova e quella del giorno precedente, anziché chiarire il quadro, finisce per complicarlo ulteriormente. Ci vorrebbe quasi una riedizione del glorioso giornale satirico Il Travaso delle idee, con il suo indimenticabile motto: «Accidenti ai capezzatori!». Mai come oggi, del resto, sembra esserci abbondanza di idee da travasare e di certezze da rimettere in circolo.
Prendiamo la questione del petrolio russo. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, commentando con l’ANSA le critiche espresse da Giorgia Meloni in Senato in merito all’intesa prospettata da Donald Trump dopo un colloquio con Vladimir Putin, avrebbe liquidato la questione con una frase lapidaria: «L’accordo sul gasolio non è affare di Meloni».
Naturalmente, prima di considerare l’intesa un fatto compiuto, occorrerà capire quali siano i termini concreti dell’iniziativa e se essa troverà effettiva attuazione. Resta, tuttavia, una questione di coerenza: se Europa e Stati Uniti impongono sanzioni a Mosca per la guerra in Ucraina, un’eventuale ripresa significativa degli acquisti di petrolio russo da parte americana solleverebbe inevitabili interrogativi. Le circostanze possono essere diverse, ma la coerenza politica resta da spiegare. E liquidare la questione sostenendo che non riguardi l’Italia ricorda un’altra vicenda: quella di Sigonella, dove Roma ha rivendicato il diritto di decidere sul transito di velivoli militari statunitensi. Insomma, la sovranità vale per tutti, purché non disturbi i propri interessi.
Il problema, però, va ben oltre il petrolio. Donald Trump ha portato sulla scena internazionale uno stile che mette alla prova la pazienza di alleati, avversari e osservatori. Venezuela, Groenlandia, Ucraina, Iran, Gaza, NATO e commercio internazionale sono dossier diversi, con problemi e responsabilità che non sarebbe serio mettere tutti sullo stesso piano. Eppure, fra annunci, pressioni, aperture e ripensamenti, il risultato è spesso lo stesso: interlocutori costretti a interrogarsi sulla solidità degli impegni e sulla direzione della prossima mossa.
La diplomazia, che richiederebbe continuità, misura e affidabilità, sembra talvolta costretta a inseguire il calendario delle esternazioni presidenziali. Quel che si annuncia la sera non è necessariamente valido al mattino e ciò che viene definito un successo prima di pranzo può diventare un problema nel pomeriggio. Se questo è il nuovo metodo per rassicurare il mondo, dobbiamo riconoscere che la rassicurazione ha assunto forme piuttosto originali.
Naturalmente, non mancano gli estimatori. Anzi, è proprio qui che la vicenda acquista una sfumatura irresistibilmente satirica. C’è chi interpreta ogni dichiarazione come una mossa geniale, ogni contraddizione come una raffinata strategia e ogni retromarcia come un trionfo del pragmatismo. Se il presidente minaccia, è determinato; se arretra, è prudente; se cambia idea, è imprevedibile; se smentisce se stesso, sta evidentemente giocando una partita a scacchi di cui soltanto lui conosce le regole.
E guai a dubitare! Il dubbio, in certi ambienti, è considerato una forma di lesa maestà. Meglio credere, applaudire e attendere la prossima dichiarazione, possibilmente senza soffermarsi troppo su quella precedente. Del resto, la fedeltà politica è una virtù rispettabile; trasformarla nell’obbligo di giustificare qualsiasi cosa, però, rischia di farne una disciplina acrobatica.
Non si tratta di pretendere che un presidente sia infallibile. Sarebbe una pretesa assurda, oltre che pericolosa. Si tratta, più semplicemente, di ricordare che la politica internazionale non è un palcoscenico personale e che le decisioni di una grande potenza producono conseguenze anche per chi non ha avuto voce in capitolo. Un alleato dovrebbe poter contare su impegni comprensibili e su una ragionevole continuità, non essere costretto a consultare ogni mattina l’oroscopo della Casa Bianca.
E allora, che fare? Proporremmo una distribuzione internazionale di camomilla, magari consegnata con i droni, così da raggiungere rapidamente tutti i protagonisti della contesa. Una tazza per gli impazienti, due per gli indignati e una dose supplementare per quanti continuano a scambiare l’improvvisazione per strategia.
Non sarebbe una soluzione diplomatica, ma almeno avrebbe il pregio di non richiedere un vertice straordinario.
Quanto al futuro, attendiamo con serenità la prossima puntata. Non è escluso che domani l’iniziativa sul petrolio russo venga ridimensionata, modificata o accantonata in favore di un’idea ritenuta più conveniente. E allora non mancherà chi spiegherà, con il senno di poi, che era esattamente ciò che ci si doveva aspettare.
Qui, forse, Erasmo da Rotterdam ci offrirebbe uno spunto interessante. La follia, nella sua celebre Elogio, non è soltanto un difetto da condannare: è anche una lente attraverso la quale osservare le debolezze degli uomini, soprattutto quando si prendono troppo sul serio.
E allora, bingo! Se per comprendere la politica mondiale occorre ormai una certa dose di follia, almeno che sia lucida, possibilmente visionaria e, soprattutto, capace di riconoscere i propri limiti. Perché un conto è essere rivoluzionari, un altro è rivoluzionare ogni giorno le proprie rivoluzioni.
E per chi non riuscisse più a distinguere l’una dall’altra, resta sempre Il Travaso delle idee. Con una raccomandazione, naturalmente: prima di applaudire il prossimo colpo di genio, controllare che non sia semplicemente il precedente, travasato in un recipiente nuovo.
Giuseppe Arnò
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Foto: Canva remix