Il “SÌ” non è un atto di fede. È una scelta di architettura costituzionale.

SEPARATI IN CASA, UNITI NEL CAOS

Perché un “SÌ” sereno può restituire equilibrio alla giustizia italiana (senza evocare apocalissi)

L’Italia delle polemiche trentennali è una patria coerente: litighiamo su tutto, con metodo, dedizione e talvolta talento. Sul referendum per la separazione delle carriere giudiziarie non potevamo fare eccezione. Da una parte i devoti del “SÌ”, dall’altra i custodi del “NO”. In mezzo, l’italiano medio che prova a capire se stiamo discutendo di diritto costituzionale o dell’ennesimo derby ideologico.

Negli ultimi tempi i sostenitori del “NO” hanno sfoderato un argomento definitivo: votare “SÌ” aprirebbe le porte alla dittatura. Siamo dunque al capolavoro retorico. Quando le ragioni scarseggiano, si convoca l’Apocalisse. È una tecnica antica: se non riesci a convincere, spaventa. Funziona sempre, o quasi.

Eppure la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante non è un colpo di teatro istituzionale. È la regola in molte democrazie occidentali, ispirata a un principio semplice: l’equilibrio tra accusa e difesa. In altre parole, la parità delle armi nel processo, cardine dello Stato di diritto. Non un vezzo, ma una struttura.

In Italia, invece, l’unificazione delle carriere risale al 1942, in pieno regime fascista. Un dettaglio che meriterebbe almeno un sopracciglio alzato. Non perché ogni norma nata in quel periodo sia di per sé sospetta, ma perché è curioso che si evochi lo spettro autoritario per difendere un assetto concepito in un’epoca in cui la separazione dei poteri non era esattamente una priorità.

Persino Giovanni Falcone, che di equilibrio tra poteri e di garanzie processuali qualcosa sapeva, riteneva che la separazione fosse una riforma necessaria. Non per indebolire la magistratura, ma per rafforzarne la credibilità.

Chi teme derive autoritarie dovrebbe forse ricordare che le dittature non nascono dalla distinzione dei ruoli, ma dalla loro confusione. Non prosperano nella chiarezza delle regole, bensì nell’emergenza permanente, nella compressione dei diritti, nell’assenza di contrappesi. La separazione delle carriere non toglie diritti: ne tutela uno essenziale, quello a un giudice percepito come terzo, non culturalmente contiguo all’accusa.

Il Segretariato generale delle Nazioni Unite, parlando di giustizia di transizione, definisce questi processi come strumenti per fare i conti con un’eredità di abusi e garantire responsabilità e riconciliazione. Senza voler drammatizzare, l’Italia vive da trent’anni una tensione costante tra potere giudiziario e potere politico, una reciproca diffidenza che ha logorato entrambi e confuso i cittadini.

Forse non serve una rivoluzione, ma un atto di maturità istituzionale. Separare non significa dividere; significa distinguere per armonizzare. È il contrario della guerra civile permanente che si combatte a colpi di intercettazioni e conferenze stampa.

Il “SÌ” non è un atto di fede. È una scelta di architettura costituzionale. Non promette paradisi, ma propone ordine. E in un Paese dove tutti sono in polemica con tutti, mettere qualche muro portante al posto giusto potrebbe persino ridurre il rumore.

Naturalmente, nessuna riforma è salvifica. Ma restare fermi per paura di fantasmi è un lusso che uno Stato serio non dovrebbe concedersi.

Alla fine, la domanda è semplice: vogliamo una giustizia che sia percepita come equidistante o una giustizia che continui a vivere nel sospetto reciproco?

Il referendum non deciderà il destino dell’umanità. Deciderà però se l’Italia vuole assomigliare un po’ di più alle democrazie mature o continuare a difendere l’eccezione come se fosse un vanto.

E se votare “SÌ” fosse davvero un passo verso la dittatura, allora dovremmo concludere che mezzo Occidente vive già sotto tirannide. Ma, a giudicare dai fatti, sembrano cavarsela piuttosto bene.

In Italia, invece, abbiamo paura perfino di separarci civilmente. Forse perché, più che temere la dittatura, temiamo la normalità.

di Redazione

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