Otto giorni al voto, ma il plico elettorale sembra in vacanza: tra sospetti, indecisi e consolati presi d’assalto, l’italiano all’estero scopre che per votare bisogna prima riuscire a ricevere la posta.
«Aspetta e spera», diceva la saggezza popolare. E noi aspettiamo. Sperando.
I giorni passano, il calendario avanza con la solennità di un giudice in toga, ma il postino, figura ormai quasi mitologica, non bussa alla porta. Siamo a otto giorni dal referendum e del famoso plico elettorale non si vede neppure l’ombra.
Qui nello Stato di Rio de Janeiro i lettori ci scrivono, telefonano, protestano con la gentilezza tipica degli italiani all’estero: «Scusate, ma il voto dov’è finito?». Domanda semplice, risposta impossibile. Perché nessuno comunica nulla. E, cosa ancor più curiosa, nemmeno noi della stampa riusciamo a scoprire dove si sia infilata questa benedetta busta.
Il mistero, per quel che si sa, non riguarda solo il Brasile. Pare che il plico abbia preso la via del turismo internazionale e che diversi Paesi stiano vivendo la stessa attesa mistica.
A questo punto le interpretazioni fioriscono.
C’è il cittadino pragmatico che parla di bilanci consolari ridotti all’osso.
C’è il sospettoso che sussurra con aria grave: «Qui gatta ci cova».
E c’è il politologo improvvisato che sostiene che meno gente vota e più il “NO” si trova a suo agio.
Gli analisti, quelli veri, spiegano invece che il referendum sulla giustizia è materia tecnica. Organizzazione della magistratura, meccanismi interni, cose che non si discutono al bar con la stessa facilità del fuorigioco. Risultato: molti elettori non sanno bene che pesci prendere.
Gli indecisi, dicono le rilevazioni, superano il 15%. In democrazia è una percentuale che vale come una squadra di riserva pronta a entrare in campo e cambiare la partita.
Noi, prudentemente, non facciamo pronostici. Per quelli, semmai, bisognerebbe consultare Cassandra. Ma una cosa possiamo dirla: il sistema del voto all’estero ha bisogno di una bella revisione.
Il meccanismo attuale è un capolavoro di archeologia amministrativa: carta, buste, francobolli, smistamenti, attese. In pratica una macchina del tempo che ci riporta all’epoca in cui il telegrafo era tecnologia d’avanguardia.
Nel frattempo il mondo è passato al voto elettronico, con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso. Che risolverebbe ritardi, smarrimenti e qualche tentazione di manomissione lungo la strada.
Semplice, no?
Ma se qualcuno preferisce fare finta di non sentire, e la tradizione politica in questo campo è piuttosto consolidata, allora c’è anche la soluzione radicale: abolire il voto all’estero. Fuori il dente, fuori il dolore.
Nel frattempo, per non restare a guardare, abbiamo suggerito ai lettori che non ricevono la scheda ma vogliono votare di fare ciò che gli italiani sanno fare meglio: arrangiarsi con dignità. Ovvero recarsi direttamente al Consolato, ritirare una copia della scheda e riconsegnarla votata.
Non è elegante, ma almeno è democratico.
E qui arriviamo al punto più curioso della vicenda. Perché mentre la scheda viaggia, o forse medita, i nostri connazionali si accapigliano sul referendum come due parenti litigiosi davanti all’eredità.
Proprio su una questione che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe migliorare la giustizia.
Ora, è legittimo avere opinioni diverse. È perfino salutare. Ma trasformare la riforma della giustizia in una guerra di religione tra italiani sparsi per il mondo ricorda vagamente la storia di Caino e Abele: stessa famiglia, stesso campo… e alla fine qualcuno tira su una pietra.
Forse converrebbe fare una cosa molto semplice: informarsi, votare e poi tornare a vivere in pace.
Se poi qualcuno vuole proprio un consiglio – così, tra amici – noi lo diamo con discrezione: quando la giustizia tenta di riformarsi, darle una spintarella non è mai peccato.
E se il postino, nel frattempo, decidesse finalmente di bussare alla porta, accogliamolo con gratitudine.
Perché in democrazia le buste elettorali sono come le occasioni: arrivano tardi, viaggiano male, ma quando capitano conviene aprirle.
E, possibilmente, metterci dentro un bel SÌ.
Con educazione, naturalmente. Proprio come piace agli italiani.
Di Redazione
*Original foto by Canva



















